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Pubblichiamo una recensione del libro di Giovanni Pesce, "Senza tregua"
La recensione è di Fosco Giannini. Il libro è in vendita alle Feltrinelli
FOSCO GIANNINI - MEMORIE DI UNA GUERRA CIVILE - 16/01/2004
RECENSIONE DI FOSCO GIANNINI
“Senza tregua”, di Giovanni Pesce
Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, classe 1918, è ancora, come sempre, sul fronte di lotta. La notizia era su il manifesto di martedì 13 gennaio: domenica 11 gennaio Pesce ha presieduto, presso la sede dell’Anpi di Milano, di fronte a 300 tra comunisti, cattolici, partigiani, dirigenti Fiom, esponenti dei Social Forum, della sinistra DS, una riunione nazionale per la costituzione di Forum contro la guerra in tutto il Paese. Nel 1936, a 18 anni, Pesce parte volontario per la Spagna, con le Brigate Internazionali, ed è in prima fila in tutte le grandi battaglie della Guerra civile, della lotta antifranchista. Tornato in Itala, viene arrestato e deportato a Ventotene. Appena liberato, nel ’43, si unisce al movimento partigiano. Nei Gap (Gruppi di azione patriottica) combatte a Torino e a Milano, sino alla Liberazione.
Lo straordinario libro Senza tregua, di Giovanni Pesce, è il racconto di questa fondamentale esperienza di lotta partigiana. Senza tregua è pubblicato per la prima volta da Feltrinelli nel 1967 e per il suo enorme successo viene ripubblicato ben quattro volte, divenendo un culto della letteratura della Resistenza. Nel 2003 il regista Marco Pozzi ne trae un film documentario omonimo che viene presentato alla Biennale di Venezia. A dimostrazione della natura “mitica” e persino mitopoietica (costruttrice di miti) dell’opera di Pesce, a Venezia, dopo la proiezione del film di Pozzi, il pubblico, segnato da una folta presenza giovanile, si alza in piedi ad applaudire, chiedendo anche il libro di Pesce. Del libro, ormai esaurito, si decide la quinta edizione (Feltrinelli, pagine 306, euro 8,50) da poco più di un mese nelle librerie e della quale, ai fini della costruzione di una coscienza antifascista e di lotta dei giovani, occorre assolutamente parlare. “Diventato ormai un classico della memorialistica partigiana, nonché uno dei rari documenti sul ruolo svolto dai Gap nella Resistenza, Senza tregua si presenta oggi come insostituibile antidoto contro quella perdita della memoria storica che si profila come uno dei guasti della coscienza civile contemporanea”. E¹ quanto si dice nella quarta di copertina nel libro di Pesce. Ed è tutto da condividere. Meno, per ciò che riguarda chi scrive, per un punto: non credo che l’opera di Pesce sia definibile solo come “memorialistica della Resistenza”, nel senso che molti racconti della Resistenza sono usciti e molti hanno avuto una pur grande funzione di testimonianza delle lotte partigiane. L’opera di Pesce va al di là della pura testimonianza, va al di là della memorialistica in virtù di un alto, evocativo tessuto semantico che ne fa anche un’opera letteraria di grande valore e dunque in grado non solo di raccontare i fatti dell’epoca ma anche di leggere secondo la lezione di un Balzac ciò che di quell’epoca è il moto ancora carsico (la determinazione di massa alla democrazia) e di evocare principi morali universali (l’anelito dei popoli alla libertà e l’esigenza della lotta e l’uso della forza liberatrice per raggiungerla). Senza tregua è il racconto delle azioni armate dei Gap contro i nazifascisti, contro la Wermacht, sino al 25 aprile, alla Liberazione.
La lotta, gli agguati, le pistole, le molotov dei partigiani contro il terrore nazifascista che depreda, tortura, deporta nei lager tedeschi e tenta di togliere ogni dignità agli italiani oppressi non giunge però mai ad essere nel tessuto letterario di Pesce e dunque nel “messaggio” l’innamoramento per la violenza. Prevale ovunque, dolorosamente, solo l’esigenza assoluta di combattere, di utilizzare la violenza, la forza solo come ultima possibilità, per la libertà, per la democrazia, contro l’orrore nazifascista. E nella lotta, tra i giusti, prepotentemente, come segno che la violenza partigiana è l’ultima e ineludibile scelta, affiorano la pietà per il nemico, la paura di uccidere (stupende sono le pagine, tra le prime, del libro di Pesce, dove l’Autore racconta la sua prima azione a Torino, fallita per la paura di sparare al fascista al servizio delle SS, noto a Torino per la ferocia delle torture, ucciso poi nella seconda azione). Ma a prevalere è l’esigenza della liberazione e dunque dell’azione.
Piene di emozioni ancora vive sono le pagine che raccontano i giorni successivi, a Torino, ai grandi scioperi del marzo ‘44. “L’euforia dello sciopero generale è sfumata, la reazione nazifascista è pesante soprattutto nelle fabbriche. Arresti, torture, deportazioni, pattugliamenti nei reparti: gli operai lavorano sotto controllo, per un nonnulla si procede al loro arresto, all’interrogatorio, al pestaggio. Le punizioni in qualche caso vengono comunicate direttamente in foglietti affissi all’ingresso delle fabbriche… La regola, sotto qualsiasi cielo, è sempre la stessa: se ti pieghi al terrore il tallone del nemico ti schiaccerà definitivamente. Se dopo aver inferto un duro colpo al tedesco con le manifestazioni di massa, i lavoratori fossero soli, se si sentissero abbandonati di fronte alle repressioni, i progressi svanirebbero”. Occorre reagire, con l’azione, con il fuoco: Pesce, con gli altri Gap, farà saltare per aria la palazzina di Via Asti, “dove gli aguzzini fascisti si mescolano alle SS”, dove tutta la notte si fa baldoria dopo le torture e i rastrellamenti.
E’ duro scegliere la via delle armi. Ma non c’è alternativa, e le risposte alle domande centrali sorreggono questa scelta. Si chiede il partigiano: quali ideali muovono i combattenti? Dopo il quesito, nel libro, la risposta: “per un’Italia senza tedeschi e senza fascisti (oggi: un Iraq senza americani, una Palestina libera, n.d.r.), dove la gente possa pensarla a modo proprio, senza il saluto romano, senza le sentinelle repubblichine”. Senza tregua finisce col 25 aprile a Milano: “C’è tutta la città che corre, che grida, che risorge, eravamo pochi, ora siamo folla. Ma dietro di noi, ad aiutarci, a nasconderci, a sfamarci c’è sempre stata questa massa di popolo che ora corre per le strade e grida: “Viva i partigiani!”. La lotta, la scelta della forza contro il terrore delle camice nere e brune ha pagato: è giunta la libertà, persino la felicità. Il consenso del popolo. La speranza per il domani.
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