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Un garibaldino di Spagna, di Giovanni Pesce.
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GIOVANNI PESCE - memoriedispagna - 01/10/2003
Un garibaldino di Spagna di Giovanni Pesce Editori RiunitiRoma 1955
I giornali annunciano che numerosi civili e soldati nelle giornate dell’1 e del 2 aprile 1938 hanno attraversato la frontiera in direzione di Luchon, in territorio francese, per non rimanere in mano del nemico, e sono stati accolti dalla popolazione con grandi dimostrazioni di solidarietà. Quei soldati appartenevano in maggioranza alla 42^ e 43^ Divisione ed erano stati tagliati fuori dalle linee governative. Elementi fascisti, spie, agenti di Franco hanno tentato con tutti i mezzi di convincere i soldati e gli ufficiali a rimanere in Francia. A loro si prometteva lavoro, benessere, tranquillità. Malgrado la stanchezza, le sofferenze, la fame, i bombardamenti, le stragi, quei soldati hanno respinto ogni proposta di vita comoda e chiesto di essere rinviati in Spagna per riprendere il loro posto di lotta.
E così gli ottomila miliziani giunti a Luchon sono ritornati in Spagna.
Intanto l’offensiva nemica continua e l’esercito repubblicano è costretto a cedere terreno. Il nostro compito è di rallentare la marcia del nemico il più possibile. Il terzo giorno della ritirata il IV Battaglione, incalzato dal nemico, ha preso posizione, verso le tre del pomeriggio, sulle alture vicino al paese Maella, con l’ordine di trincerarsi. Malgrado la stanchezza si inizia il lavoro, e il nemico, che ha l’impressione che noi vogliamo resistere, dare battaglia in quel settore, si ferma, fa affluire nuove forze, altre armi e munizioni. Noi ne approfittiamo per raggruppare il garibaldini. Ad un certo momento ci accorgiamo che la cavalleria mora ha occupato il paese, mentre la fanteria, i carri armati e gli automezzi hanno superato le nostre posizioni per oltre 8 km. Il comandante del battaglione, comunicando la gravità della situazione, raccomanda: “Nervi a posto e calma; non bisogna disperare”. Il cerchio intorno a noi non è ancora chiuso. Si apre ancora uno spazio di circa 4 km., un corridoio di salvezza da percorrere di notte senza richiamare l’attenzione del nemico e portandoci dietro tutte le armi e le munizioni. Il comandante del battaglione convoca tutti gli ufficiali, i commissari e impartisce ordini precisi. Alle 21 siamo in marcia. Zaino in spalla, il fucile pronto a sparare. Alcuni hanno i piedi ricoperti di piaghe ma avanzano in silenzio. Quelli che si sono tolti le scarpe e che ora non le possono più rimettere, tanto i piedi sono gonfi, se li fasciano con degli stracci. Ogni tanto si ode il crepitio dei colpi di fucile. All’ultimo momento, ai garibaldini si aggrega un gruppo di 20 soldati franco-belgi della 14^ Brigata rimasti a tenere un’altura per ritardare l’avanzata del nemico. Per oltre cinque ore camminiamo nella notte e superiamo le posizioni nemiche, attraverso i campi coltivati, continuando a ritirarci. Incontriamo soldati spagnoli e francesi che hanno perso il collegamento, sbandati che si dirigono verso l’Ebro sperando di ritrovare le loro formazioni. Nei piccoli paesi, semidistrutti dall’aviazione fascista, ci imbattiamo in corpi di bambini, vecchi e donne, insepolti in mezzo alle rovine ancora fumanti. Donne, vecchi e bambini fuggono con le loro masserizie, terrorizzati come all’annuncio di un imminente cataclisma. La cosa peggiore è cadere vivi nelle mani dei mori, dei falangisti, dei fascisti.
E’ gente che ricorda come i bambini di 8-10 anni venivano impiegati nel raccolto delle olive. Pagati appena con qualche soldo, quei piccoli dovevano rimanere chini nel duro lavoro fino a 16 ore al giorno, nutriti con un pezzo di pane inzuppato in un sorso di acquavite. Un contadino ha con sé due bambini, affidatigli dal figlio al fronte, dice: “Per la prima volta ero riuscito ad avere un po’ di terra; la lavoravo con passione, ero riuscito anche ad aumentare il raccolto. Ma rimanere qui significherebbe vedere ritornare il vecchio padrone, vederlo riprendere tutte le terre che sono state distribuite al popolo. “Quando scoppiò la rivoluzione, - continua il vecchio – l’agrario del paese riuscì a fuggire, ma ci lasciò detto: Ritornerò e la pagherete cara!”
Con voce commossa il contadino spiega: “Per secoli, questi agrari ci hanno rubato i mezzi di esistenza, ci hanno impedito di istruirci, di mandare a scuola i nostri figli. Solo il governo repubblicano ci ha dato la terra, la possibilità di imparare a leggere e scrivere, di mandare gratuitamente a scuola i nostri figli”.
E con un gesto largo del braccio, indicando la casa, la terra che lascia: “Amo questa terra, è qui che sono nato, cresciuto, che ho seppellito i miei morti; ma piuttosto che vedere ritornare coloro che hanno succhiato il nostro sangue, meglio andare via, ricominciare da capo”.
La ritirata continua. Un gruppo di ufficiali viene chiamato al comando. Lerida è caduta nelle mani del nemico, dopo una gloriosa resistenza, il 15 aprile 1938. In una casa dei contadini ci offrono del latte caldo, formaggio e pane.
I garibaldini che da giorni e notti non chiudono occhio si possono riposare, mentre una pattuglia prende posizione su una altura che domina la vallata per permettere al grosso delle truppe di ritirarsi. L’aviazione nemica domina il cielo: bombarda, mitraglia le retrovie.
Arriviamo in vista di Mora d’Ebro e non sappiamo se è occupata dal nemico. Una pattuglia va a controllare; un altro gruppo è pronto ad intervenire.
Il IV Battaglione prende posizione sulle alture che dominano il paese. La pattuglia avanza con cautela. Un grido: “Alto là! Chi siete?”. Ci buttiamo a terra. Un nostro garibaldino crede di riconoscere la voce di un combattente del primo Battaglione. I due garibaldini avanzano, gridano: “Chi siete?”. Entrambi si riconoscono gli altri si alzano: è un incontro commovente. “Eravamo preoccupati, temevano foste caduti in mano al nemico.” Troviamo garibaldini di tutti i battaglioni. Stabiliamo i collegamenti. L’ordine è di raggiungere Gandesa che dista circa 20 km. Andiamo avanti, stanchi, sfiniti, gli abiti a brandelli, i piedi insanguinati, le facce irriconoscibili.
A 10 km da Gandesa, il tenente Licenzi incontra Giuliano Pajetta: ci dice che Longo ci aspetta a Gandesa, dove potremo essere rifocillati.
Alle due del pomeriggio entriamo a Gandesa, ma è impossibile riposarsi: il nemico incalza. Circa 150 uomini scelti fra i migliori combattenti devono prendere posizione sulle alture di Gandesa mentre gli automezzi evacuano i feriti più gravi. Sono numerosi i garibaldini feriti, ammalati.
Nella notte vi sono stati molti allarmi: attacchi e contrattacchi in lontananza. Il comando riesce a far distribuire una minestra calda che ristora il corpo e mette un po’ di buon umore in tutti.
Ma una brutta notizia: il commissario di brigata, Quinto Battistatta (Raimondi), e il comandante spagnolo Paradinas sono caduti nelle mani del nemico e sono stati fucilati. Era venuto l’ordine di ritirata generale verso l’Ebro e una compagnia si era dispersa. Malgrado il pericolo, Raimondi aveva cercato di rintracciare i suoi uomini, ma era caduto prigioniero.
A sostituire Raimondi al comando della Brigata è chiamato Alessandro Vaia.
Il nemico, intanto, cerca invano di forzare l’Ebro, in direzione di Tortosa-Tarragona: imbaldanzito dai successi ottenuti, concentra il grosso delle sue forze in direzione sud, cioè sul fronte da Teruel al mare, con l’obiettivo Sagunto-Valenza.
La Repubblica resiste malgrado i duri colpi del nemico.
Le truppe marocchine sono riuscite a raggiungere il mare a Vinaroz ed a Benicarlo, tagliando le comunicazioni tra Barcellona e Valenza. Ma, anche se le comunicazioni terrestri tra la Catalogna e la Spagna centrale sono interrotte, restano libere come prima quelle aeree e quelle marittime.
Restano soprattutto in mano al governo legittimo i centri vitali del paese con tutto il popolo di Spagna.
Il 6 aprile, in una riunione del Consiglio dei Ministri, Franco annuncia che la fine della guerra è prossima, che l’esercito repubblicano è in sfacelo; e i giornali reazionari stranieri, sia dei paesi cosiddetti democratici che nei paesi fascisti, le radio già commentano la distruzione dell’esercito repubblicano e trasmettono ormai tutti i comunicati delle agenzie fasciste pieni di menzogne, di calunnie contro il governo e l’esercito popolare.
Si cerca con tutti i mezzi di far capitolare il popolo spagnolo. Ma il popolo spagnolo, unito intorno ai suoi partiti del Fronte Popolare, fa fallire ogni tentativo di capitolazione.
Gli Stati “democratici”, malgrado le loro contraddizioni, sono d’accordo in una cosa: affogare la Repubblica spagnola.
Mentre i fascisti italiani e tedeschi intensificano l’invio di armi e munizioni, la Francia e l’Inghilterra aiutano in pratica sotto la maschera del non intervento, Franco e le forze della Falange.
Le truppe repubblicane accampate al di là dell’Ebro si stanno intanto riorganizzando per le prossime battaglie.
La notte sull’Ebro
Prendiamo posizione lungo l’Ebro da dove si scorgono, distrutti, i ponti che congiungevano Valenza a Barcellona.
Al di qua del fiume vi è l’esercito repubblicano che combatte per la libertà; dall’altra sono attestate le truppe mercenarie di Franco, di Mussolini e di Hitler.
All’imbrunire, arriva un ufficiale del comando con l’ordine di cedere due mitragliatrici che dovranno essere piazzate sul castello che domina la città di Tortosa.
Cerco di oppormi, non voglio staccarmi dai miei uomini, tutti garibaldini, in maggioranza spagnoli, che avevo preparati, istruiti giorno per giorno. Non c’è niente da fare e io cedo quando mi assicurano che si tratterà di un breve periodo di tempo.
Di buon’ora mi incammino per andare a visitare i garibaldini delle due mitraglie.
Cammino in mezzo alle macerie, in giro non vi è nessuno: vedo solo case sventrate, mobili in pezzi, oggetti sparsi ovunque.
Sui muri sbrecciati di una casa mi fermo a leggere queste parole: “Criminali, non è possibile che siate nati da ventre di donna!”.
Più avanti vi sono famiglie ritornate da poco. Donne e ragazzi frugano in mezzo alle macerie delle loro case nella speranza di trovare qualcosa: una pentola, un ricordo, una fotografia. Tutt’intorno, sui muri, è scritto: “Le vostre bombe non fiaccano la nostra resistenza!”.
Lungo la stridicciola che porta al castello cammina un gruppo di soldati con lo zaino. Sono giovani e cantano:
…Aùn que venga la aviaciòn …
Di fronte ad una casa semi diroccata un uomo anziano tiene in braccio un bambino. Gli chiedo cosa stia facendo lì solo, in mezzo alle macerie.
Rimane un po’ sopra pensiero, poi con voce soffocata mi risponde: “Siamo gli unici superstiti della famiglia. Mia moglie, i genitori del piccino e un suo fratellino sono morti sotto i bombardamenti”. L’uomo piange. Il bambino sembra comprendere il dolore del nonno e con la manina gli accarezza il viso. Mi invita a vedere la sua “casa”, un mucchio di rottami.
Al castello un sergente mi viene incontro, mi riferisce che tutto è a posto. Da qui posso osservare le mosse dell’avversario.
Dopo il mio ritorno alla base giunge l’ordine di trasferimento. Ogni battaglione, intanto, ha inviato un gruppo di combattenti alla scuola sottufficiali che si tiene nelle immediate retrovie del fronte.
Ogni giorno siamo impegnati a costruire trincee, fortini, camminamenti, posti di osservazione.
Quando vi sono gli esercizi, il comandante prende appunti, chiama un caporale, un sergente, indica i soldati che non hanno svolto bene l’istruzione.
Spesso lo stesso comandante si avvicina ai soldati, conversa con loro, gli indica gli errori commessi, senza urtare la loro suscettibilità. Dopo l’istruzione un commissario parla ai soldati.
Il comandante della brigata ha insistito perché venga curata sempre più la preparazione delle truppe. La sezione, la compagnia, il battaglione, debbono saper manovrare di giorno e di notte, su un terreno scoperto o riparato: debbono saper utilizzare tutte le asperità del terreno, tutti gli elementi della situazione.
I giorni passano e la brigata si va perfezionando, ritempra le proprie forze.
Il Primo Maggio abbiamo avuto la gradita visita di diverse delegazioni di operai delle fabbriche di Barcellona. Sono venuti fra noi per riaffermare la solidarietà tra i soldati e i lavoratori, tra i combattenti spagnoli e quelli accorsi da tutti i paesi del mondo.
La parola d’ordine in tutti i giornali usciti il 1° Maggio dice: “Al fronte combattere! All’interno lavorare!”.
Le delegazioni, accompagnate dal comandante di brigata Alessandro Vaia, da Ossola, da Spada, Zucchella e Calandrone ed altri ufficiali, arriva in trincea accolta dagli applausi dei garibaldini.
Gli operai parlano con i combattenti, visitano le opere di fortificazione, si soffermano ad esaminare le nostre armi.
Una donna rimane a lungo a guardare le posizioni nemiche e l’Ebro che scorre tra le montagne.
Gli operai sono meravigliati che qui al fronte ci siano tante iniziative culturali, che nei fortini, nelle trincee vi siano delle biblioteche. I delegati vogliono stringerci la mano. Noi li ringraziamo e siamo riconoscenti della loro visita.
La vita in trincea non è però fatta di riposo: quasi ogni sera, gruppi di garibaldini della compagnia speciale attraversano l’Ebro, si infiltrano nelle linee nemiche, raccolgono importanti informazioni. Spesso attaccano i fascisti, gettano lo scompiglio nelle loro file e ritornano alla base.
Di notte, a turno, montano la sentinella lungo il fiume: accovacciati a terra, dietro una siepe, possiamo sentire i passi delle sentinelle fasciste.
Spesso l’aviazione nemica fa la sua apparizione e bombarda le retrovie.
Troviamo in prima linea i compagni Montagnana, Grieco e D’Onofrio.
Il 22 luglio, mentre sto portando un plico al comando di divisione, mi accorgo che dietro i cespugli, sotto gli alberi, sono nascoste molte barche, molti pezzi di artiglieria. Truppe della Divisione “Lister” sono accampate nelle vicinanze. L’offensiva al di là dell’Ebro è dunque imminente. Si avvicina il giorno per il passaggio dell’Ebro e ancora non sappiamo se anche la nostra brigata parteciperà all’azione. Le brigate di Lister sono in pieno assetto di guerra, le barche vengono portate sempre più vicino agli argini: forse questa notte si scatenerà l’offensiva.
Siamo tutti eccitati: stufi degli esercizi, di scavare trincee, di fare manovre, attendiamo di combattere.
Ma dovremo rimanere al nostro posto, come ci hanno comunicato.
Le truppe che devono partecipare all’offensiva hanno avuto una preparazione minuziosa: sono state addestrate alle marce notturne, al tiro contro aerei e anticarri, alle azioni notturne di sorpresa, di imboscata, all’occupazione di posti di comando, all’infiltrazione nelle linee nemiche.
Il terreno e i posti più adatti per il passaggio dell’Ebro sono stati studiati a lungo, scelti in base alla larghezza del fiume, alla velocità della corrente, alla profondità delle acque e alla natura del suolo. Segnalate le zone di concentramento e di uscita per le truppe, i posti di comando delle divisioni e delle brigate, i piazzamenti e le posizioni per l’artiglieria sulla riva sinistra dell’Ebro, i posti per la costruzione dei ponti. I carri armati hanno scelto le posizioni di attesa e di partenza, i punti di passaggio, e sono state prese tutte le misure di mascheramento.
Sono stati svolti brevi corsi per osservatori da adibire allo studio delle linee nemiche: su schemi già preparati, questi soldati hanno segnalato tutte le postazioni delle batterie nemiche e il sistema di difesa dei fascisti. Gli schemi riportati sulla carta topografica hanno offerto una idea precisa della difesa del fiume.
Aumentando il numero delle pattuglie di ricognizione sul terreno tenuto dal nemico, abbiamo potuto stabilire la posizione dei posti di comando, i luoghi di concentramento delle riserve, i settori più fortificati e l’entità delle truppe, gli itinerari delle pattuglie fasciste. Gran parte del lavoro di preparazione dell’offensiva è stato svolto dai genieri che hanno portato a compimento l’esame del fiume, segnalando i passaggi, costruendo piste e strade.
Tutto è stato visto e previsto, per quel che si può prevedere d’una battaglia, e ormai è l’ora dell’attacco: i genieri hanno costruito la prima passerella. I soldati in fila indiana si avvicinano all’Ebro: sono le ore 0,15 del 25 luglio. La prima fase dell’attacco si svolge rapidamente: già i primi gruppi sono sull’altra sponda. I garibaldini costretti a restare sono con gli occhi fissi al di là del fiume che scorre lento.
Siamo fiduciosi nella riuscita della sorpresa e questa fiducia ci è data dalla presenza dei due comandanti, Modesto e Lister, e dal coraggio dei nostri soldati.
Già diverse migliaia di soldati dell’esercito repubblicano hanno attraversato l’Ebro: i fascisti danno l’allarme e comincia il fuoco dell’artiglieria. Gli obici cadono un po’ ovunque, i franchisti non sanno dove sparare. Noi fumiamo una sigaretta dopo l’altra, guardando, avvinti, il passaggio dell’Ebro, un fatto senza precedenti nella storia della guerra spagnola.
Il tempo trascorre lento. Coma va l’offensiva? Quale resistenza hanno incontrato i nostri? Quanti chilometri sono avanzati?
Verso le cinque del mattino le nostre batterie aprono il fuoco: il tiro dell’artiglieria nemica si affievolisce e in breve i cannoni nemici sono ridotti al silenzio.
L’offensiva è riuscita. “Urrà! Viva l’esercito repubblicano”, si grida dalle posizioni tenute dalla Brigata “Garibaldi”.
Vediamo il comandante Oliva che ha sostituito al comando di brigata Alessandro Vaia; gli andiamo incontro per sapere dell’esito dell’offensiva. Ci risponde che l’esercito popolare avanza rapidamente: i nostri sono già penetrati per diversi chilometri, hanno raggiunto Miravet ed altri paesi.
Il passaggio dell’Ebro è avvenuto in diversi punti, da Mequinenza ad Imposta, su un fronte di 150 km. L’impresa ha richiesto un eccezionale concentramento di forze e di materiale. Bisogna tener presente che il corso dell’Ebro, abbastanza stretto all’altezza di Mequinenza ove il Segre vi confluisce, scendendo invece verso Amposta, ove comincia il suo delta, si ingrossa notevolmente.
I repubblicani, nelle prime ore della notte, sono però riusciti a gettare dei ponti anche in alcuni punti dove il fiume è più largo.
Ascoltiamo il girono dopo alla radio franchista il comunicato che riconosce la sconfitta subita: “Le forze nemiche sono riuscite ad infiltrarsi nei dintorni di Vujol e di Asco grazie alla complicità di una parte della popolazione civile simpatizzante per i rossi”.
Ormai è giorno: con i binocoli scrutiamo al di là dell’Ebro.
Chiediamo quando verrà il nostro turno di attacco. Alcuni garibaldini insistono; vogliono a tutti i costi mettere piede al di là dell’Ebro. E siamo dall’altra parte, davanti alle trincee da dove ogni giorno, ogni notte, il nemico sparava, tentando di ostacolare il lavoro di fortificazione. Siamo su quella parte di terra nuovamente libera: ci possiamo rendere conto adesso che cosa è stato il passaggio dell’Ebro.
I fascisti avevano avuto tutto il tempo di fortificarsi, di costruire fortini, di preparare la resistenza nei paesi; ma nonostante tutte le opere difensive, il sistema di reticolati, i nidi di mitragliatrici, i cannoni, i soldati repubblicani hanno saputo varcare il fiume e sloggiare il nemico.
Continuiamo ad andare avanti: l’artiglieria spara ancora.
Decidiamo di non inoltrarci oltre il paese di Miravet e di andare a visitare il castello. Appena arrivati veniamo accolti dalle truppe spagnole; ci riferiscono che i fascisti avevano trasformato il castello in un vero forte. Alcuni civili ci vengono incontro offrendoci da bere.
Molti hanno il viso sconvolto: una donna, con voce commossa mormora: “Temevamo che i fascisti ci fucilassero perché non volevamo abbandonare il paese. Grazie a voi, non hanno fatto in tempo”.
Non possiamo fermarci ancora: dobbiamo ritornare al nostro posto. Salutiamo i soldati spagnoli e la gente che ci sta attorno. Sulla strada incontriamo gruppi di prigionieri che vengono portati al comando. Il loro aspetto è miserevole: divise stracciate, la paura dipinta sul viso, alcuni ufficiali hanno strappato i loro galloni: alla nostra vista abbassano la testa.
Un combattente spagnolo li avvicina: “Potete camminare senza paura, non avete a temere da parte nostra, non siamo degli sbirri”.
Altri ponti e passerelle vengono costruite e altri soldati attraversano il fiume. Anche una colonna motorizzata passa l’Ebro: ormai l’esercito repubblicano ha preso saldamente posizione.
Squadriglie di aeroplani fascisti sorvolano l’Ebro e sganciano bombe sollevando alte colonne d’acqua. Mentre gli aerei si allontanano i nostri soldati riprendono la loro marcia: i ponti sono rimasti intatti. Ora gli aerei fascisti tornano; tutti corrono ai ripari nei fortini. Udiamo il sibilo delle bombe: “Ci siamo!”, grida un garibaldino.
Fra gli scoppi si odono i colpi delle batterie antiaeree; gli aerei sono costretti a mantenersi alti e il bombardamento non è efficace.
I fascisti, che hanno nelle loro mani tutte le centrali idroelettriche della zona, i depositi di acqua, le chiuse dei fiumi Ciurana, Nughera-Pallaresa, Noguera-Ribagozzana e Segre, tutti affluenti dell’Ebro, dispongono della chiave per regolare le acque dell’Ebro; possono aumentare la rapidità della corrente del fiume fino a 4-6 metri al secondo (la rapidità normale è di 0,8 metri al secondo) e allo stesso tempo alzare il livello delle acque. Visto che i bombardamenti non danno dei risultati positivi, i fascisti aprono infatti le chiuse delle riserve che alimentano le centrali elettriche dei dintorni di Saragozza. Il livello del fiume sale improvvisamente di un metro e mezzo. L’impeto della corrente spazza via i ponti.
I soldati del genio, incuranti dei continui bombardamenti dell’aviazione, si mettono subito al lavoro e prima del nuovo giorno i ponti sono di nuovo al loro posto.
Fra i garibaldini che desiderano partecipare direttamente alla battaglia dell’Ebro circolano strane voci: si riparla del ritiro dei volontari della libertà, si afferma che la Brigata “Garibaldi” andrà a riposo. Sono tutte voci che non fanno che eccitare i garibaldini. La battaglia dell’Ebro intanto continua aspra, mentre noi siamo sempre inchiodati nelle trincee ad aspettare. La notizia giunge improvvisa: il comando ci comunica di prepararci chè andremo a riposo. Restiamo sbalorditi da questo ordine. All’alba ci incamminiamo sulle strade di campagna. Ci fermiamo dopo aver camminato per 30 chilometri.
Arriva la cucina, viene distribuito il rancio. Piantiamo le tende sotto gli alberi. Ora si dice che dovremo consegnare le armi alle unità spagnole. Una notizia più sbalorditiva dell’altra: è un accavallarsi di voci contraddittorie.
Ma l’incertezza è di breve durata: arriva infatti l’ordine di raggiungere le prime linee. Il nemico fa affluire continuamente truppe e mezzi e non cessa di attaccare mentre l’esercito spagnolo resiste eroicamente; ogni buca, ogni trincea è un nido di resistenza, vi è l’ostinazione, l’odio, il coraggio.
Sta spuntando l’alba quando arriviamo alle trincee. Incontriamo i soldati che hanno combattuto le ultime battaglie: sono sporchi, hanno la barba lunga, sono stanchi.
Parlando con loro, promettiamo una cosa: che saremo degni del loro eroismo, che sapremo imitarli.
Il contrattacco
La Brigata “Garibaldi”, che ha dato il cambio alle formazioni spagnole, da circa 40 giorni tiene le sue posizioni, nonostante i bombardamenti, i continui combattimenti che molte volte si concludono in un corpo a corpo. Il nemico ha fatto affluire rinforzi in quantità impressionante per scatenare la controffensiva.
E’ il 5 settembre 1938, la battaglia infuria in tutto il settore: nuvole di aeroplani oscurano il cielo, bombardano e mitragliano ininterrottamente. Per le scarse fortificazioni e per il terreno privo di vegetazione, le perdite sono sensibili.
Ogni metro di terra diventa un pauroso inferno di sibili, di scoppi, di fiamme, di fuoco. Ognuno di noi ha preso un impegno: essere degno degli eroici combattenti che abbiamo sostituito e hanno resistito e combattuto con tanto eroismo. La parola d’ordine è: “Non cedere terreno al nemico senza farglielo pagare a caro prezzo”.
I pochi alberi d’olivo, di nocciole e di mandorle, fino ad oggi risparmiati, vengono falciati dai continui bombardamenti. I garibaldini del IV Battaglione in maggioranza sono reclute: è la prima volta che partecipano all’azione. Li guardo: sono ammirevoli.
I fascisti contrattaccano: gettano nella mischia sempre nuove forze ed è come se i caduti si rialzassero, i morti tornassero di nuovo a vita, tanti sono i soldati che vengono all’attacco.
Al mio fianco sento qualcuno che chiama, mi avvicino: sono due feriti che chiedono acqua, hanno le labbra aride e gonfie. Cerco di calmarli, do loro un po’ d’acqua. Incarico due garibaldini di portarli al sicuro.
Ora si avanza e il nemico spara, spara senza un attimo di sosta.
Un garibaldino grida: “Non usciremo vivi da qui. Sono morti a centinaia!”, e pronunciando queste parole il suo sguardo si fa scuro, gira attorno come a cercare qualche cosa, uno scampo, chissà.
Cerchiamo di incoraggiarlo ma quel giovane non crede alle nostre parole, ci considera degli illusi: ha visto troppa gente morire. Ad un certo momento interviene il capitano Marino Zanella, comandante della compagnia speciale, un uomo che parla raramente.
Con voce forte dice al garibaldino: “Siamo qui non per morire, siamo qui per vivere ed è proprio perché vogliamo vivere che combattiamo. Bisogna avere la mente lucida, soprattutto nei momenti difficili. La guerra ha le sue vittime”.
Le parole del capitano fanno un certo effetto, e il garibaldino stringe la mano a Zanella.
Ormai siamo vicino all’obiettivo, ancora un balzo. La nostra artiglieria ha ricominciato a sparare, i fascisti si ritirano e raggiungiamo la posizione. Purtroppo mancano all’appello Panza, Valazza, Vergari, Pelizzari e tanti altri.
La battaglia non è finita: mentre le nostre file si vanno assottigliando, i fascisti fanno affluire continui rinforzi.
E’ ormai notte, cerchiamo di consolidare le nostre posizioni con i fascisti di fronte che continuano a contrattaccare. Un gruppo di garibaldini della III compagnia del III battaglione si sposta per dare aiuto ai garibaldini comandati da Marvin, mentre il nemico sferra una serie di contrattacchi che vengono tutti respinti. Alla fine siamo noi a passare al contrattacco.
Sei settembre: la battaglia divampa in tutto il settore. Durante la mattinata, l’artiglieria e l’aviazione nemica hanno martellato le nostre posizioni, due carri armati nemici sono stati distrutti dai nostri cannoncini. I fascisti si lanciano all’attacco e riescono ad occupare una parte della collina della Sierra Cabals denominata “quota 467”, che domina la strada Mora de Ebro Gandesa. La posizione per noi è importante: serviva a rifornire il fronte.
La lotta è dura: ovunque feriti e morti. Cerchiamo di medicare alla meglio i feriti e farli trasportare via.
Il commissario Suardi ci dice che si combatte in tutto il settore.
Il IV Battaglione conquista le quote “362” e “363” resistendo poi strenuamente ai diversi attacchi del nemico che ha fatto affluire altre forze. Di fronte alla superiorità del nemico dobbiamo abbandonare quota “363”. Nel settore tenuto dal II e III Battaglione i fascisti sferrano una serie di attacchi. Cade il comandante del III Battaglione Mario Berte; rimangono feriti il commissario politico Grassi e Zorzeto, commissario politico del II Battaglione.
Non si contano più ormai gli attacchi ed i contrattacchi del nemico; le posizioni passano da una mano all’altra continuamente. In uno dei tanti contrattacchi la Compagnia speciale, comandata dal capitano Zanella, che rimane ferito in questa azione, riesce a strappare la bandiera monarchico-fascista e a ricuperare alcuni fucili mitragliatori.
In piena notte il nemico sferra altri attacchi: ovunque resistiamo e passiamo al contrattacco. In una di queste sortite, alla testa dei suoi uomini, rimane crivellato da una raffica di mitraglia l’aiutante del I Battaglione, Mariano Perez Rasina.
Un’altra cattiva notizia ci giunge il 5 settembre, a sera inoltrata. Non sapevamo più nulla di Raimondo Fulgenzi, vice commissario della Brigata “Garibaldi”: l’ultima volta era stato visto alla testa dei garibaldini del I Battaglione e si pensava che, forse ferito, fosse stato raccolto dalla sanità di altre formazioni e trasportato all’ospedale. Fulgenzi è invece caduto sul campo, da eroe.
Sette settembre: il nemico ci attacca nei fianchi e a sinistra.
Luis Rivas, il comandante della Brigata, riorganizza i battaglioni, impartisce gli ordini. L’aviazione e l’artiglieria nemiche non cessano di bombardarci e mitragliarci: i fascisti vogliono ottenere un successo, ricacciarci al di là dell’Ebro. I garibaldini non si lasciano cacciare: molti sono stanchi e affamati, irriconoscibili, ma brontolii non se ne sentono, ognuno continua a resistere.
Di fronte alla preponderanza delle armi e degli uomini siamo costretti ad abbandonare le quote “409”, “421” e “455”.
Riorganizziamo i superstiti mentre arrivano i rinforzi. Passiamo subito al contrattacco, migliaia di obici di artiglieria cadono in mezzo ai garibaldini. Siamo ormai vicini alle trincee nemiche.
Saccenti incita gli uomini ad andare avanti. Vacchieri grida: “Viva la Repubblica! Avanti!”. I fascisti lanciano migliaia di bombe a mano. Un garibaldino urla: “Sono ferito! Sono ferito!”, ma in mezzo a quell’inferno nessuno l’ascolta.
L’artiglieria continua a sparare, il terreno è sconvolto ma i garibaldini riescono ad occupare le posizioni. E’ appena trascorsa mezz’ora e i fascisti già contrattaccano con violenza. Resistere è impossibile. Vacchieri afferra un fucile mitragliatore, sta sparando sul nemico quando una bomba a mano lo colpisce a morte.
Il IV Battaglione riesce a conquistare la quota “368”. Mai fino a quel momento avevamo assistito a tale potenza di fuoco. Il colonnello Modesto dirà poi: “Questo è l’attacco più formidabile che io abbia mai visto. I fascisti hanno usato 95 carri armati su un settore del fronte largo quattro miglia e il maggior numero di aeroplani che io abbia mai visto in aria contemporaneamente”.
L’artiglieria nemica continua a sparare e mentre ci ritiriamo i fascisti si lanciano all’attacco. Subito dopo, sfruttando le accidentalità del terreno, contrattacchiamo alla baionetta: uomo contro uomo in un terribile corpo a corpo. La stanchezza e la tensione nervosa ci rendono insopportabili: per nulla gridiamo, imprechiamo, a volte senza sapere il perché. Ogni contrattacco fascista è preceduto da violenti bombardamenti: artiglieria e cannoni rovesciano su di noi migliaia di bombe, poi i soldati avanzano protetti dalle “squadriglie da caccia” che mitragliano. Quando incontrano forte resistenza, i franchisti si ritirano e ricomincia il bombardamento dell’artiglieria e dell’aviazione. E’ a causa di uno di questi contrattacchi che siamo costretti ad abbandonare la quota “368”.
Otto settembre: gran parte dei comandanti e dei commissari politici sono caduti o sono rimasti feriti. Le perdite sono rilevanti e da quattro giorni e altrettante notti combattiamo senza sosta sotto un uragano di ferro e di fuoco.
I comandanti e i commissari uccisi o feriti vengono sostituiti da altri già temprati nella lotta, da nuovi comandanti e commissari capaci di portare gli uomini al combattimento.
Per poter mantenere tutte le posizioni già conquistate è necessario conquistare la quota “467”, Sierra Cabals, che domina la strada Mora de Ebro-Gandesa. E’ stata per questo organizzata una compagnia d’assalto, con elementi scelti, al comando del tenente Pignol, comandante la III compagnia del II Battaglione. Anche Faleschini, comandante la compagnia mitraglieri del primo Battaglione, partecipa all’azione.
Alle 4 del mattino giunge l’ordine di balzare all’attacco. E’ una notte chiara e il cielo inonda d’ombre le trincee. Dalla Sierra Cabals e dalle colline intorno si possono osservare tutti i nostri movimenti. La luna non ci voleva. Accovacciati nelle trincee distinguiamo di fronte a noi i soldati fascisti che si spostano.
Più in là un carro armato sta rimorchiandone un altro. Cerchiamo di avvicinarci il più possibile alle posizioni nemiche. Balziamo all’attacco sostenuti da una sicura volontà di vincere e, malgrado il fuoco di sbarramento delle armi nemiche, riusciamo ad occupare le prime trincee. Ad un certo punto ci accorgiamo che dalla parte destra una mitragliatrice ci impedisce di avanzare oltre. Il garibaldino Alfredo Spadellini, strisciando, si porta fin sotto la mitragliatrice nemica, lancia una bomba a mano ma mentre sta lanciandone una seconda viene colpito da una pallottola all’avambraccio destro.
La mitragliatrice tace, i garibaldini fanno un altro balzo in avanti, strisciando riescono a portarsi vicino alle posizioni del nemico.
Sul terreno vi sono i garibaldini caduti. Faleschini riesce a piazzare una mitragliatrice e prende d’infilata il nemico, mentre i garibaldini scattano in piedi lanciando bombe a mano. Faleschini mitraglia i fascisti che arrivano di rinforzo. Ormai la quota “467” è in nostro possesso. Ma il capitano Faleschini, colpito da una raffica di mitraglia, cade incitando gli uomini ad andare avanti.
I fascisti non possono accettare la sconfitta subita e scatenano una serie di contrattacchi appoggiati dall’artiglieria e dall’aviazione.
La tempesta di bombe sulle nostre posizioni aumenta di intensità. L’artiglieria batte palmo a palmo il terreno: i garibaldini resistono con i soli fucili, le scarse mitragliatrici e le bombe a mano.
Dopo ore di eroica resistenza, martellati incessantemente dall’aviazione e dall’artiglieria, dopo che gran parte dei garibaldini sono stati colpiti, i fascisti riescono a riprendere quota “467”.
Anche su quota “356”, tenuta dal IV Battaglione, il nemico ha scatenato una serie di attacchi appoggiati dall’aviazione che domina incontrastata. Ogni staffetta che si muove, i port-feriti stessi, sono presi di mira. La quota viene perduta e ripresa diverse volte.
I fascisti si accaniscono e la battaglia divampa con violenza inaudita. Sdraiati a terra, resistiamo; ci spostiamo più a destra e capitiamo su un terreno ingombro di cadaveri. I fascisti cercano di prenderci d’infilata. Sposto una mitraglia e ricomincio a sparare.
Nell’aria vi è il terribile odore di cadaveri in decomposizione.
Mentre in tutto il settore i garibaldini resistono eroicamente, il comando comunica che bisogna riconquistare la quota “467”. E’ scesa la sera ormai; raggruppiamo tutte le nostre forze, ma dobbiamo stare sdraiati a terra, nelle trincee, nei buchi, nei camminamenti, perché il nemico continua a bombardare.
Un battaglione della 14^ Brigata e il primo Battaglione si lanciano all’attacco sotto un fuoco violento. Avanziamo nonostante la furiosa resistenza.
I gruppi dei combattenti strisciando sono ormai arrivati alle trincee della quota “467”. Uno toglie la sicura ad una bomba, altri lo imitano. Sono decine che, balzati in piedi, lanciano le bombe mentre altri si buttano alla conquista di quota “467”. Ce l’abbiamo fatta e ora possiamo raccogliere i nostri feriti, seppellire i nostri morti. Gran parte dei garibaldini della compagnia mitraglieri del I Battaglione sono caduti.
Siamo ancora intenti alla triste opera del seppellimento, quando il nemico contrattacca. Resistiamo, ma dopo aver sostenuto e respinto diversi attacchi, siamo costretti ad indietreggiare.
Nella notte inoltrata, con altre forze si tenta di sferrare un contrattacco per riconquistare la quota, ma tutti gli sforzi sono inutili.
Sono ormai dieci giorni che lottiamo senza riposo sotto l’incessante bombardamento, e ora il nemico scatena l’offensiva in tutto il settore. I franchisti hanno già impiegato una massa enorme di artiglieria, aviazione, carri armati, ma adesso il numero dei cannoni, degli aerei, delle armi automatiche supera di molto quello dei giorni precedenti. Ogni metro di terreno è battuto, migliaia e migliaia di obici cadono nelle nostre posizioni. Pur essendo una giornata limpida non si vede a un metro di distanza a causa delle nere nuvole di fumo che si alzano da ogni parte. Pare impossibile che esseri umani possano uscire vivi da questo inferno e resistere sotto un fuoco così intenso.
Quando il nemico crede che nelle posizioni dove siamo trincerati non vi sia più nessuno, si lancia all’attacco. E quando arriva sotto le trincee, chi è rimasto apre il fuoco con le mitraglie, i fucili, le bombe a mano. Anche i feriti quando possono sono lì, stesi con un’arma in pugno, a sparare contro i fascisti. Il nemico attacca con violenza le quote “450” e “440” tenute dal II Battaglione, la cui posizione era già compromessa.
Dopo un’accanita resistenza perdiamo le posizioni.
Il nemico si è infiltrato nella valle e, attraverso una strada chiamata la “Fattarella”, tenta di occupare le quote “496” e “480”.
Vista la situazione critica, la III Compagnia del III Battaglione lo affronta e, dopo un aspro corpo a corpo, lo costringe a ritirarsi disordinatamente attraverso la valle.
I garibaldini al comando del tenente Pegolo difendono quota “435” e hanno l’ordine di non retrocedere per nessun motivo. Il nemico ha scatenato una tempesta di ferro e di fuoco sulla quota “435”: molti difensori sono caduti o feriti, gli altri resistono eroicamente. Parecchi fascisti vengono uccisi, ma il cerchio si stringe intorno ai garibaldini e questo gruppo di combattenti, stanchi, esausti, senza più contatti, rimane al suo posto eseguendo sino alla fine gli ordini del comando, e mantenendo fede alla parola d’ordine tante volte pronunciata: “Inchiodati al loro posto fino all’ultima goccia di sangue”.
Vista la resistenza di questo pugno di uomini, il nemico fa affluire altre forze e concentra il fuoco di tutte le armi contro i superstiti che resistono sempre.
Ormai è notte. Il nemico scatena un altro poderoso attacco. I pochi che sono rimasti si difendono con bombe a mano e le armi che sono rimaste: dopo un corpo a corpo il nemico riesce ad occupare la quota. Soltanto sei sono i superstiti. Il nemico, di fronte a tanto eroismo, non ha il coraggio di ucciderli.
In piena notte un gruppo di garibaldini scatena un contrattacco: stanchi, i nervi logorati, affamati, gli uomini si lanciano all’assalto cantando. Fa una certa impressione uscire di notte alla luce delle fiamme dei proiettili, tra gli scoppi delle bombe e la luna che rischiara il campo di battaglia. Avanziamo cantando: siamo ormai vicino alle trincee. La lotta si accende furibonda: centinaia di bombe a mano vengono lanciate; violenti corpo a corpo si susseguono ma è impossibile raggiungere gli obiettivi. Se non riusciamo a conquistare le posizioni perdute, non abbandoniamo però quelle sulle quali ci troviamo: il nemico non riesce a rompere il fronte.
Sono ricoverato all’infermeria. Mi raccontano come un gruppo di garibaldini, tra cui Soras Beltran Bell, Manuel Gonzales, Giacomo Nortola, Brigido Barba, Josè Fuentes Lopez e Josè Garcia Vieto sono riusciti a trasportare il commissario politico della III compagnia del II Battaglione, Melegazzo, che gravemente ferito, era rimasto due giorni nella terra di nessuno: “Ogni volta che tentavamo di andarlo a prendere, - mi dicono, - i fascisti sparavano con tutte le armi: volevano che morisse dissanguato. Solo al secondo giorno siamo riusciti a portarlo in salvo”.
All’infermeria i garibaldini, rivolgendosi a Melegazzo, cercano di giustificarsi per non essere andati a prenderlo prima. Melegazzo, con voce bassa, la faccia pallida ma gli occhi vivi, risponde: “Sapevo che era difficile salvarmi, ma non dubitavo della vostra generosità”.
Dall’infermeria vengo mandato all’ospedale di Barcellona. I giorni passano rapidamente. Il dottore mi dice che non è niente di grave. Dopo una settimana raggiungo la Brigata “Garibaldi” che si trova a Mora d’Ebro.
Quindici, sedici, diciassette settembre: nel settore vi è stata abbastanza calma. Ne abbiamo approfittato per riorganizzare i superstiti, per fortificare le posizioni.
Diciotto settembre: la battaglia si accende in tutto il settore. L’artiglieria ci martella incessantemente. Più di cento aeroplani ci bombardano. I nostri zappatori, nei momenti più difficili, hanno contribuito al rifornimento delle munizioni che vengono portate a spalla attraverso i sentieri. Il IV Battaglione ha dovuto indietreggiare perdendo quota “437”.
Diciannove settembre: la battaglia è sempre più aspra, dura, violenta. Il nemico si accanisce in modo particolare contro il III Battaglione. Contrattacchiamo su quota “437” e “496”, ma è impossibile rioccuparle.
Il giorno venti lanciamo ancora un contrattacco su quota “437”, ma il nemico fa affluire altri uomini.
Molti garibaldini sono caduti, molti hanno perso i contatti con il comando, ognuno però rimane al suo posto, resiste, attacca, colpisce il nemico.
Ventuno settembre: la battaglia infuria. La situazione si fa critica. I fascisti hanno sfondato il fronte in diversi punti. Siamo quasi accerchiati.
In prima fila vi sono il comandante, il commissario di brigata e l’ufficiale di Stato Maggiore. Raggruppiamo le forze e riusciamo a ricacciare indietro i fascisti.
Il ventidue settembre veniamo sostituiti da altre forze.
Fu sull’Ebro, come già a Guadalajara, a Huesca e a Brunete che i garibaldini seppero distinguersi per valore ed eroismo. E’ in quella regione, che il fiume taglia come una riga ineguale, che nel settembre del 1938 ha infuriato forse la più grande battaglia della guerra spagnola.
Quando abbiamo attraversato l’Ebro le colline non erano brune di erba forte, i mandorli non recavano i frutti duri da raccogliere, gli ulivi non erano grandi: si combatteva da quaranta giorni e la guerra aveva cambiato tutto, i proiettili dei cannoni e le bombe degli aerei avevano sconvolto le colline, mozzati gli alberi, bruciata l’erba. Solo il fiume restava immutato. Le bombe erano riuscite a sbocconcellare qua e là gli argini, nient’altro. L’acqua scorreva ancora lenta verso il Sud.
Quanti sono stati gli episodi di eroismo in quelle settimane?
Non è possibile distinguere gli eroi fra i combattenti dell’Ebro perché tutti furono eroi. Volete dei nomi? Eccoli: Rivas, Suardi, Zanella, Carini, Nicoletto, Saccenti, Montanari, Grassi, Sozzi, Pegolo, Franceschini, Zozzetto, Poma, Tabari, Rossi, Ferrarese, Zucchella, Bonzano, Bertè, Vacchieri. Ma questi sono nomi noti di uomini che hanno dedicato tutta la loro vita alla causa del socialismo o nomi di compagni che abbiamo lasciato sul fronte dell’Ebro dove sono caduti combattendo. Ma vi sono gli eroi dai nomi sconosciuti, soldati che sono andati all’assalto di quota “471” due, tre, cinque volte, per giorni e giorni. Vi sono gli uomini del tenente Pegolo quasi tutti caduti difendendo quota “435” dagli attacchi di interi battaglioni nemici. E vi sono i garibaldini che hanno scavato trincee su quota “356”, che hanno sparato e sparato da quota “473”. Ognuno di noi li ricorda anche se non sempre se ne rammenta il nome.
La battaglia dell’Ebro è stata dura, cruenta; sulle nostre trincee cadevano migliaia e migliaia di bombe, ogni giorno si andava tre, quattro, cinque volte all’assalto. Molti di quei valorosi sono rimasti al di là dell’Ebro dove sono caduti. Volete ancora dei nomi? Eccoli: Gilberto Carboni, fra i primi ad accorrere in Spagna, che ferito in un combattimento a Fuente d’Ebro, cadde poi da eroe sull’Ebro; Aldo Lambrocchi, milanese, condannato due volte dal tribunale speciale perché attivo comunista combattente del III battaglione, caduto mentre, con la mitraglia, proteggeva la ritirata dei suoi compagni; Giuseppe Boretti, giovane comunista, condannato al confino dal tribunale speciale, più volte fuggito e ripreso dai fascisti, accorso fra i primi in Spagna, caduto il 9 settembre mentre conduceva all’assalto i suoi garibaldini.
Di Falaschi e Baesi si dovrebbe raccontare la vita leggendaria. E di altri ancora, vivi e morti, di tutti coloro che sull’Ebro hanno saputo dimostrare con i fatti il loro amore per la libertà.
Come erano giuste le parole del comandante della Brigata “Garibaldi”: “Domani, gli uomini liberi del mondo intero verranno a gettare fiori su questa terra, dove è stata difesa ancora una volta la libertà del mondo”.
Viva la Repubblica!
Attraverso i giornali abbiamo appreso che il Presidente Negrin ha pronunciato a Ginevra, il 22 settembre 1938, un importante discorso che viene subito commentato da tutti i garibaldini:
“Volendo contribuire, non solo con le parole, ma con gli atti alla distensione e a quel rasserenamento dell’atmosfera che tutti ci auguriamo, risoluto a liquidare ogni pretesto che possa mettere in dubbio il carattere nettamente nazionale della lotta della Repubblica, il governo spagnolo ha deciso il ritiro immediato e completo di tutti i combattenti non spagnoli e ha proposta l’istituzione di una commissione internazionale per il controllo”.
La Commissione per il ritiro dei volontari della Spagna è presieduta dal generale finlandese Jalander e composta da rappresentanti della Francia, dell’Inghilterra e alcuni paesi minori e da un osservatore degli Stati Uniti.
Da tempo circolava la voce del ritiro dei volontari delle Brigate Internazionali.
La notizia del ritiro dei volontari delle Brigate Internazionali è corsa veloce tra i combattenti, nelle retrovie, tra i feriti e gli ammalati negli ospedali. Ognuno di noi, vecchi o giovani combattenti, prova un’amarezza profonda per questa decisione, ci addolora lasciare la Spagna repubblicana che lotta.
Attraverso riunioni e conferenze i comandanti e i commissari spiegano il significato delle parole del Presidente Negrin.
E’ chiaro che i governi italiano e tedesco non prenderanno mai in considerazione le proposte del governo repubblicano. Non soltanto non ritireranno le loro forze, ma continueranno ad inviare nuovi soldati.
Nella nostra amarezza ci confortano le parole del Presidente Negrin a Ginevra:
“La Spagna non dimenticherà coloro che sono caduti sui campi di battaglia e quelli che combattono ancora. Sono certo di non ingannarmi dicendo che i loro paesi si sentiranno fieri di simili figli e che sarà questa la più alta ricompensa che essi potranno ricevere”.
Ormai siamo in attesa di essere rimpatriati: ci dedichiamo allo studio, teniamo conferenze, dividiamo la nostra pagnotta con la popolazione civile.
Siamo a Barcellona: il governo vuol rendere omaggio alle Brigate Internazionali. Su ogni palazzo, su ogni casa sventolano le bandiere. Su un grande palco, ornato di vessilli catalani e spagnoli, sono presenti i membri del governo e i più alti ufficiali dell’esercito.
Sfilano per il Viale 14 Aprile: sfila primo un reparto di soldati scelti e marinai dell’esercito, poi è il nostro turno. Innalziamo le nostre bandiere sulle quali è scritto: “Popolo spagnolo, grazie per tutto quello che ci hai insegnato!”. Ecco apparire dei cartelli con le scritte che esaltano il contributo e l’eroismo delle Brigate Internazionali. La gente ci riconosce subito per i fazzoletti rossi bordati coi colori italiani e spagnoli … Molte bambine si avvicinano: alcuni di noi le prendono per la mano o le portano in braccio. La folla ci applaude. E’ una festa meravigliosa e commovente che termina solo a notte tarda.
Stiamo camminando lungo la Rambla, un lungo e largo viale costeggiato da bei platani e che conduce fino al porto quando, giunti al termine del viale, ci appare la grande statua di Cristoforo Colombo: intorno vi sono le case distrutte dalle bombe. Si avvicina una bimba coi capelli corti, tiene in mano un mazzo di fiori: ci guarda, rimane un po’ titubante, i suoi occhi neri brillano, è tutta confusa. Ci chiama: “Salud, cameradas”, ci offre i fiori e grida “Viva la Brigata Garibaldi”. Si allontana di corsa salutandoci con la manina.
Ora sono operai, donne, vecchi che accorrono a manifestare la loro riconoscenza ai volontari di 54 paesi, accorsi in terra di Spagna.
Una donna, abbracciandomi, dice: “I fascisti hanno mandato i loro soldati per ucciderci, voi siete venuti per salvarci”.
Tutti i giornali in questi giorni dedicano pagine intere alle Brigate Internazionali. Le compagne dell’Union de Muchachas consegnano ad ognuno biglietti con frasi di saluto. Sono parole semplici che esprimono la riconoscenza e i vincoli di fratellanza che ci uniscono per sempre al popolo catalano e a tutti i popoli della Spagna eroica e martire.
Una fiumana di popolo ha invaso le vie della città.
La città è inondata di fiori, le bandiere sventolano al vento.
Nel suo saluto il capo del governo ha detto: “Le Brigate Internazionali sono venute volontariamente. Non erano al servizio di forze straniere, ma poste sotto il comando spagnolo. Voi siete venuti perché sapevate che, difendendo la Spagna invasa, difendevate la pace nel mondo”.
Dopo la battaglia dell’Ebro e il ritiro delle Brigate Internazionali i fascisti scatenano una massiccia offensiva.
Barcellona è continuamente bombardata, non c’è viale dove non si vedano macerie: case schiantate, pavimenti divelti, saracinesche sformate dalle esplosioni. Fino nei ridenti villaggi della costa catalana, nei paeselli tranquilli nelle placide valli o nascosti sulle montagne, arriva la guerra.
Gli aviatori fascisti passano a volo radente mitragliando la folla che fugge.
I fascisti avanzano, si avvicinano a Barcellona. La gente lascia la città recando quel poco che può portare via: le strade sono ingombre di vecchie macchine sconquassate, di carretti, di mezzi d’ogni tipo. Ovunque uomini, donne e bimbi sono in fuga. In prima linea, gruppi di soldati resistono durante questi giorni di pioggia per rallentare l’avanzata nemica e permettere alla popolazione di fuggire. Questi soldati stanchi, sporchi, con la barba lunga, accorrono instancabili da una parte all’altra, cercano di infondere coraggio, portano aiuto a chi fugge.
Poco distante da noi, un gruppo di donne intirizzite dal freddo sta fermo e senza accendere il fuoco per non richiamare l’attenzione dell’aviazione fascista. Ci avviciniamo, ci salutano, hanno i visi stravolti dalla stanchezza. In un angolo una donna sta allattando un bimbo: - Non ne possiamo più! – dicono. – Ma non vogliamo rimanere nelle mani dei fascisti.
Altre donne piangono: hanno perso i loro bimbi. Nella notte fredda si odono le loro grida, i pianti dei piccoli che non trovano riposo.
Barcellona è caduta il 26 gennaio 1939: è caduta per la schiacciante superiorità nemica di uomini e materiale. Questa offensiva, a cui Mussolini attribuiva tanta importanza, è stata lanciata con una massa enorme di mezzi contro cui noi non avevamo da opporre che i nostri petti. Alle centinaia di pezzi di artiglieria, di aeroplani, di carri armati venuti direttamente dalla Germania, i soldati repubblicani opponevano soltanto i fucili, le bombe a mano, fabbricati nelle officine spagnole. La proporzione dell’armamento era da uno a cinquanta.
In Italia, appena a conoscenza della caduta di Barcellona, le organizzazioni fasciste hanno fatto affluire gente in piazza Venezia e dal “balcone” Mussolini ha detto che “da parte delle magnifiche truppe di Franco e dei nostri intrepidi legionari non è stato battuto solo il governo di Negrin. Molti altri nemici, in questo momento, mordono la polvere”.
Il fascismo italiano, imbaldanzito dalle vittorie in Spagna, incoraggiato dalla passività delle democrazie occidentali, già rivendica la Corsica e la Tunisia, mentre accentua la sua politica di preparazione alla guerra.
Viene a trovarci Luigi Longo, lo accompagna Giuliano Pajetta.
Siamo riuniti in una piazza, è sera e il cielo è coperto, minaccia di piovere.
Longo ci riferisce che i fascisti continuano ad avanzare.
E’ necessario riprendere le armi per difenderci e contribuire a rallentare l’offensiva nemica per permettere alla popolazione civile di ritirarsi.
Il comando del gruppo viene affidato al capitano Marino Zanella. Mentre Longo sta terminando di parlare, echeggiano alcune fucilate. La gente fugge. “Arrivano i fascisti!”, si grida.
Non c’è tempo da perdere: si ordina la ritirata. Ci raggruppiamo ad un chilometro circa di distanza. Troviamo altre forze e i combattenti del Battaglione “Dombrowski”.
Nella nostra ritirata incontriamo donne, bambini, vecchi, soldati sbandati. Le mamme cercano di proteggere i loro bimbi con i loro corpi, i vecchi camminano sorretti dai ragazzi, i feriti più gravi vengono portati a braccia, a volte stesi in coperte.
Questo esodo di massa della popolazione che abbandona le proprie case rischiando la morte in ogni momento, su strade dove si accanisce l’aviazione fascista, è la dimostrazione palpabile, la più schiacciante testimonianza dell’odio della popolazione spagnola contro i traditori franchisti e gli invasori.
Continuiamo la ritirata. Longo impartisce gli ordini, aiuta la popolazione. E’ sempre presente dove la situazione si fa più pericolosa. Veniamo a sapere che Palmiro Togliatti è riuscito a fuggire da Barcellona dove era rimasto fino all’ultimo momento ad organizzare la resistenza.
Incontriamo ancora donne e bambini che piangono: sulla strada, allineati, vi sono decine di morti, vittime di un mitragliamento.
Ci fermiamo per rifocillarci, poi la marcia riprende lenta e faticosa.
Abbandonati lungo la strada vi sono pacchi, ceste, valigie, indumenti, coperte, zaini, pignatte, masserizie varie, automobili senza benzina: grossi automezzi sono stati fatti rotolare giù dalla scarpata per non lasciarli al nemico. Gruppi di civili esausti con i piedi insanguinati chiedono aiuto. Questo popolo che abbandona tutti i suoi poveri beni, stanco e affamato, i vestiti a brandelli, quando ci vede, ha ancora la forza di gridare: “Viva le Brigate Internazionali!”, e coloro che hanno un pezzo di pane ce lo offrono.
Ormai ci avviciniamo alla frontiera francese. Apprendiamo che Palmiro Togliatti e Pietro Nenni sono a Figueras, dove si trova il governo repubblicano. Già decine di migliaia di cittadini e di combattenti sono al di là dei Pirenei.
E’ il nostro turno ora: disciplinati fino all’ultimo degli ordini del governo spagnolo, lasciamo la Spagna con il cuore stretto dall’angoscia, ma con la fronte alta, con la coscienza di aver compiuto fino all’ultimo il nostro dovere. Lasciamo l’ultimo lembo della terra di Spagna al grido di: “Viva la repubblica!”.
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