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Pubbichamo la nostra rivista... Prima parte
Storia e letteratura della GUERRA DI SPAGNA. Partiamo da una intervista a Giovanni Pesce...
ufficio stampa KC - AICVAS - 20/01/2003
VIAGGIO NELLA MEMORIA TESTIMONIANZE, STORIA E LETTERATURA DELLA GUERRA DI SPAGNA 1936/1939
La pubblicazione è stata curata da : Franco Giannantoni, Ibio Paolucci, Pietro Ramella
L’Associazione Italina Combattenti Antifascisti di Spagna e il Comitato promotore del “Viaggio nella memoria” ringraziano per il loro prezioso contributo: - Carlo Feltrinelli, nel ricordo della figura del padre, fondatore della casa editrice che più ha operato per allargare gli orizzonti della cultura italiana - Istituto di Vigilanza della Città di Milano e il suo Presidente Claudio Tedesco - Istituti di Vigilanza Riuniti d’Italia e i signori Diana e Giampiero Zanè - Provincia di Milano - Istituto Gramsci di Roma - Tino Casali, Presidente Provinciale dell’A.N.P.I. di Milano - Luigi Bolgiani, Visentini Ferrer, Ardito Pellizzari, Anello Poma, sen. Leo Valiani, Alberto Ribaldi
------------------------------------------- Sessant’anni fa, la tremenda profezia che se in Spagna avesse vinto il fascismo, la guerra avrebbe assunto dimensioni mondiali, divenne tragica realtà, praticamente senza soluzione di continuità.
Franco si era da poco insediato al potere a Madrid, quando Hitler, il primo settembre del ’39 aggredì la Polonia, scatenando la seconda guerra mondiale.
Terribile e infame, dopo la vittoria, la rappresaglia dei fascisti nella terra di Spagna, arrossata dal sangue dei combattenti per la libertà.
Non inutile, tuttavia, fu il sacrificio di tanti uomini e donne, venuti da tutti gli angoli del pianeta per sostenere la causa della democrazia, calpestata dai franchismi, sorretti dal decisivo sostegno di Hitler e Mussolini.
La più grande epopea della storia moderna resta scritta con caratteri indelebili nel cuore di ogni uomo libero.
Il nostro “Viaggio nella memoria” ha lo scopo di far ripercorrere soprattutto ai giovani le tappe più significative di quella gloriosa avventura, fianco a fianco con Giovanni Pesce, medaglia d’oro della Resistenza, che di quell’eroica guerra fu protagonista.
Parla Giovanni Pesce combattente per la libertà
RICORDARE LA SPAGNA ASSIEME ALLA GIOVENTU’
Contro il tentativo di dimenticare la prima grande pagina della Resistenza internazionale al nazifascismo, un viaggio da Madrid a Barcellona lungo l’itinerario delle più significative battaglie.
Telefonate, fax, una fitta corrispondenza con amici, vecchi compagni, uomini politici italiani ed europei. Un’attività intensa condotta per lunghi mesi e sorretta da un progetto che, inizialmente solo abbozzato, lentamente ha preso forma, trasformandosi in realtà. Ora il “viaggio della memoria” lungo gli itinerari più significativi della guerra di Spagna, è così fatta. Decisivo si è rilevato il contributo finanziario di personalità politiche e culturali e di enti pubblici e privati.
Giovanni Pesce, 80 anni portati splendidamente, medaglia d’oro della Resistenza italiana, è soddisfatto e non lo nasconde. Questo “viaggio della memoria” è stata una sua idea. Poter condurre quasi per mano sui campi di battaglia da Madrid a Brunete, da Boadilla ad Arganda, da Guadalajara a Mirabueno sino all’Ebro e Barcellona, i giovani familiari di quegli oltre 4 mila volontari antifascisti italiani che dal ’36 decisero di lasciare l’Italia e la propria famiglia per andare a difendere la libertà della Repubblica democratica spagnola aggredita da Franco, Hitler e Mussolini.
Giovanni Pesce la Spagna ce l’ha nel cuore, proprio come recita il titolo del bel libro edito nel ’96 dell’Associazione Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna, una commovente antologia in cui sono raccolte le schede anagrafiche di tutti i volontari. “ La Spagna –esordisce Giovanni Pesce – è stata per me una grande esperienza morale, politica e militare”.
Quando lasciò la Francia, dove la sua famiglia era emigrata nel 1926, per trasferirsi in terra iberica, Pesce aveva da poco compiuto i 18 anni. Siccome non sapeva come mascherare la giovane età coi dirigenti locali del Partito comunista e giustificare ai propri genitori la partenza per Madrid, se la cavò raccontando che si sarebbe assentato per un po’ di tempo per andare a trovare una ragazza. Fu invece la prima tappa di una vicenda straordinaria che lo avrebbe condotto, una volta archiviata la guerra di Spagna, nell’arco di sette anni, prima nel campo di concentramento fascista di Ventotene e poi, dall’8 settembre del ’43, nel cuore della Resistenza italiana alla testa dei Gap di Torino e Milano.
Come hai pensato a questo “viaggio della memoria” con i familiari dei combattenti volontari antifascisti della guerra di Spagna? Perché questa iniziativa e quale ragione fondamentale?
C’è un punto iniziale: dopo l’uscita nel 1996 del libro edito dalla nostra Associazione “La Spagna nel nostro cuore”, l’interesse su questo tema è stato vastissimo. Soprattutto i giovani si sono fatti avanti con telefonate e messaggi per chiedere di poter conoscere più a fondo la storia di quella esaltante stagione di eroismo e di libertà. Volevano comprendere in modo particolare il significato politico, morale culturale di quella scelta di tanti italiani. E’ stato a quel punto che ho pensato che il modo migliore per ricordare quella pagina di storia, perché fu una grande pagina di storia, fosse quello di organizzare un viaggio lungo i luoghi delle battaglie che combatterono le Brigate Internazionali, in modo particolare la Brigata Garibaldi, spiegare il significato della lotta e della presenza di tanti uomini che liberamente hanno dato il loro contributo ad un giusta causa. La ragione principale è dunque stata quella di difendere la memoria storica, di questi tempi sottoposta a letture di parte se non addirittura false?
Certo. Questo è stato il motivo trainante perché c’è una dimenticanza, un tentativo di cancellare, di ignorare quella che è stata non soltanto la guerra di Spagna ma l’intera pagina della lotta contro il nazifascismo. Bisogna tener presente infatti che noi siamo andati a sostenere il governo legittimo della Repubblica spagnola uscito vincente dalle elezioni attraverso l’unità dell’intero arco delle forze politiche democratiche. Non andammo in Spagna per un semplice spirito di avventura. Oggi, ad oltre 60 anni della guerra di Spagna, le giovani generazioni vogliono sapere, conoscere i motivi ed il perché ci fu il “colpo di Stato”, le ragioni della ribellione di Franco, le logiche che portarono il nazismo hitleriano ed il fascismo di Mussolini a schierarsi dalla parte dei traditori. Ma in modo particolare i giovani vogliono anche cogliere il profondo significato di questa grande solidarietà che ci fu per la Spagna repubblicana compreso il fatto che i più grandi intellettuali, uomini politici, scienziati del mondo, non solo diedero la loro adesione morale ma in parecchi casi si unirono a noi per combattere. Basti pensare all’antifascismo italiano, da Nenni a Longo, Di Vittorio, Pacciardi, Battistelli, Carlo Rosselli che lanciò sulle onde di radio Barcellona la famosa parola d’ordine “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Questo patrimonio culturale e questa memoria storica, è giusto che vengano trasmessi e divulgati ai giovani prima che nuove manovre revisionistiche producano effetti irreversibili e tutto venga dimenticato.
In parte la risposta l’hai già data ma vale la pena di insistere per capire meglio: secondo te quale sarà il beneficio che i giovani potranno trarre da questo viaggio sui campi di battaglia spagnoli già passati alla storia?
Io credo di vedere da vicino i luoghi della lotta contro il franchismo e i nazifascismi apra l’orizzonte e sia, prima che emozionante, importante dal punto di vista storico. I giovani vengono infatti per la prima volta a contatto diretto con quello che hanno fatto i loro familiari il che non si tradusse solo nel sacrificio per molti della vita ma costituì un’alta testimonianza di solidarietà. Sono certo che possa essere un’occasione di educazione anche perché lo scopo del viaggio non si esaurirà solo nel mostrare dove abbiamo combattuto ma spiegheremo, come ho detto, il significato solidale di quella gloriosa esperienza. La Spagna ebbe infatti come straordinario esito quello di realizzare l’unità delle forze socialiste, comuniste, azioniste e repubblicane alla guida dei loro massimi dirigenti. Questa grande esperienza della Spagna repubblicana ebbe, come è noto, un rilievo decisivo nella Resistenza italiana.
Come hai progettato il tuo tragitto ideale? Dove condurrai, non solo con la memoria, i tuoi giovani ospiti?
La prima tappa sarà Madrid: proprio in quella città le forze antifasciste si batterono per la sua difesa, per impedire a Franco di concludere rapidamente il suo progetto eversivo. Noi racconteremo a questi giovani e ai familiari dei volontari italiani che ci accompagneranno quali furono i valori più significativi della partecipazione alla lotta: il sacrificio illuminato dall’entusiasmo. Proprio alla Città Universitaria e alla Casa del Campo di Madrid, illustreremo con le nostre parole ed il nostro ricordo che è tuttora vivissimo, il contributo dato dai giovani combattenti, ragazzi di 17, 18 anni che seppero affrontare il nemico con coraggio e volontà. Nello stesso tempo racconteremo le barbarie del fascismo prendendo a modello l’attività dell’aviazione nei confronti del popolo madrileno. Io ho ancora qui davanti agli occhi le immagini delle terribili conseguenze di quei bombardamenti, le vittime dilaniate, vecchi, donne, bambini, le grida di disperazione di chi cercava aiuto in quell’inferno di fuoco.
Quando decidesti di andare a combattere in Spagna eri anche tu un ragazzo!
Sì. Ero, credo, uno dei più giovani appartenenti alla Brigata Garibaldi. Avevo 18 anni. Molte volte mi sono chiesto la ragione di quella decisione. Mi aveva colpito innanzitutto il grande senso di solidarietà attorno alla causa spagnola, leggendo i giornali, assistendo alle grandi manifestazioni in Francia, il paese di adozione in cui la mia famiglia era emigrata per lavorare. Si chiedeva aiuto per la Spagna aggredita. Ma forse il momento decisivo per la mia scelta fu uno dei tanti discorsi che sulla piazza di Parigi aveva fatto Dolores Ibarruri, la “Pasionaria”. Rivolgendosi alla Francia e ai cosiddetti paesi democratici aveva ammonito “che se la Spagna fosse stata sconfitta un torrente di sangue avrebbe inondato l’intera Europa”, rappresentando nello stesso tempo la condizione per lo scoppio della seconda guerra mondiale. In quel momento avvertii prepotente il senso dell’identità della patria: io infatti mi sentivo cittadino francese perché avevo frequentato i primi anni di scuola in Francia e lì avevo lavorato. Ma quando seppi dell’appoggio militare del governo fascista al generale Franco e lessi il comunicato dei partiti antifascisti italiani in cui si diceva che tutti i veri italiani avrebbero dovuto andare in Spagna a difendere la libertà di quel popolo, fui fortemente colpito, il nome di quel Paese lontano, l’Italia, divenne qualcosa di molto concreto. Quegli italiani, molti dei quali avevano già pagato un altissimo prezzo alla causa antifascista in Italia con il carcere e la tortura, li vidi più tardi in prima linea a Guadalajara, dopo la vittoriosa battaglia contro i falangisti e i reparti di Mussolini, accogliere i prigionieri italiani con passione, civiltà, rispetto, senso di fratellanza. Fu una conferma concreta della differenza che separava i due mondi, quello del fascismo e dell’antifascismo e fu l’occasione per me della perfetta comprensione della ragione della scelta di campo. Non bisogna mai dimenticare che una buona parte di quegli italiani erano stati mandati in Spagna dal regime fascista con la falsa promessa di finire in Abissinia a lavorare, altri erano disoccupati, altri ancora erano all’oscuro delle ragioni di quella missione.
Tu, malgrado fosse giovane d’età, eri stato allevato al culto di alcuni fondamentali valori, la giustizia e la libertà.
Io, come ho già detto, a 13 anni lavoravo in una miniera della Grand’ Combe, la zona mineraria delle Cevennes in cui viveva la mia famiglia e lì avevo imparato cosa fossero, da una parte lo sfruttamento sul posto di lavoro e, dall’altra, il significato profondo della lotta di classe. Solo l’unità tra noi lavoratori immigrati e lavoratori francesi avrebbe prodotto un miglioramento delle condizioni di vita. Io ero già un aderente del Partito comunista, essendo iscritto alla sezione giovanile di cui divenni anche segretario. Avevo quindi, malgrado la giovanissima età, maturato una coscienza politica che avevo espresso dando un contributo alle lotte del popolo in Francia e successivamente andando in Spagna.
La tua scelta di diventare combattente della Brigata Garibaldi ti costò sacrifici, pericoli e anche alcuni ferimenti. Il tuo fu un prezzo molto alto dato per la causa che avevi abbracciato.
Fui ferito tre volte. La ferita più grave fu quella dell’agosto 1937 sul fronte di Saragozza: fui colpito alla schiena ed ai polmoni e porto tuttora alcune schegge in corpo. L’altra ferita fu alla gamba nella battaglia di Brunete e, infine, la terza, al passaggio dell’Ebro. Ma io non ricordo le ferite. Ricordo l’entusiasmo, la volontà della lotta, la certezza della vittoria.
Valori che sono stati trasferiti nella Resistenza italiana.
Si è detto che la Spagna fu una sconfitta. Non è vero. Fu semmai una sconfitta momentanea perché l’esperienza spagnola è stata fonte di educazione di centinaia e centinaia di combattenti che di lì a pochi anni sarebbero diventati i dirigenti della Resistenza al nazifascismo in Italia, in Francia, in Belgio, in tutti i Paesi dove si impugnarono le armi per le cause della libertà. Voglio fare un passo indietro. Ci fu ad un certo momento, era il 1937, da parte di Randolfo Pacciardi, capo dei repubblicani, l’invito a ritirarsi perché i margini di un successo, secondo lui, erano molto ridotti. La risposta da parte di Longo, Nenni, di altri responsabili delle forze antifasciste italiane fu di un netto rifiuto perché la lotta era comunque occasione di grande esperienza. Fu un atteggiamento giusto perché i frutti della Spagna vennero poi “esportati” nelle guerre di liberazione dei vari Paesi dell’intera Europa.
Malgrado la storiografia abbia sempre indicato la lotta per la difesa della Repubblica spagnola uno dei momenti più alti e più nobili di questo secolo, oggi, com’è avvenuto per la Resistenza italiana, anche per la Spagna si è aperta una polemica revisionistica che vorrebbe mettere in dubbio la reale portata dell’intervento antifascista. L’ex ambasciatore Sergio Romano è giunto a sostenere addirittura la legittimità dell’intervento franchista contro il rischio di una “bolscevizzazione” della Spagna.
Io credo che l’offensiva in questo senso sia di carattere generale anche se su questo tema credo ci sia una debolezza delle forze politiche incapaci di dare una risposta sufficientemente forte a tutti i tentativi di riscrittura della verità storica. Io penso che quest’offensiva revisionistica in Italia ed in Europa faccia parte di un piano delle forze conservatrici e della destra per cancellare tutto quello che rappresenta i valori di democrazia, di libertà, di emancipazione. Di fronte a questo disegno, le forze democratiche sembrano non reagire, evitando di assumere una posizione chiara e precisa per spiegare cosa fu in realtà la guerra di Spagna in tutti i suoi aspetti, dalla politica di “non intervento” anglo-francese che rilanciò il ruolo dell’Unione Sovietica, all’aiuto offerto a Franco dalla Germania di Hitler e dall’Italia di Mussolini. Infine sono del parere che dovrebbe essere maggiormente sottolineato il significato che ebbe allora la solidarietà fra uomini di diversi Paesi, cultura, rango sociale, fede politica in quel progetto di “soccorso” alla Spagna aggredita nella sua dignità democratica.
Il tentativo del falso storico è giunto al punto di voler sopravvalutare, al momento della ribellione militare da parte di Franco, la presenza comunista nel governo legittimo che era al contrario assai modesta.
Ma c’è un altro falso che è quello di attribuire al Partito comunista spagnolo una strategia che non gli apparteneva. Dagli archivi e dagli atti ufficiali emerge infatti la volontà dei comunisti spagnoli di essere in ogni momento una forza politica legata a tutte le altre. L’obiettivo era l’unità, non c’era alcun disegno di sopraffazione. Altro discorso è sottolineare come il Partito comunista, attraverso la lotta, sia riuscito ad interpretare meglio degli altri partiti, il significato dell’impegno contro le forze franchiste. Io non conosco la politica di carattere generale, ma escludo che ci sia stato da parte dell’Unione Sovietica il tentativo di instaurare un regime di tipo comunista in Spagna. Ci fu da parte dell’Unione Sovietica, questo è noto e fu molto positivo, un grande sforzo di solidarietà.
Lo stesso Togliatti, che rappresentava l’Internazionale comunista non interferì mai, è risaputo, nelle riunioni dell’Ufficio politico del Partito comunista spagnolo. Ascoltava ed esprimeva il suo punto di vista. L’interpretazione dell’ex ambasciatore Romano dello “scudo anticomunista”, una leggenda avvalorata durante la guerra civile e dopo la vittoria franchista, è una tesi chiaramente strumentale.
Torniamo alle prime battute di questa chiacchierata, alle ragioni del “viaggio della memoria”. Qualche mese fa quando l’idea si stava facendo largo, tu spiegasti agli amici più vicini che questa iniziativa rispondeva ad una tua esigenza interiore, ad un desiderio fortemente avvertito. Qualcosa di “dovuto”.
In fondo è proprio così. Gli anni trascorrono inesorabili ed in me c’era questa grande passione, questa forte volontà di ritornare in Spagna un’altra volta per rivivere quei momenti di azioni e di asperità, di gioie e di profondi dolori e di farli conoscere anche per lasciare una traccia alle giovani generazioni.
Il viaggio compiuto nel 1996 quando in Spagna si radunarono i sopravvissuti dell’epopea spagnola che avevano militato nelle Brigate Internazioni ebbe un significato diverso?
Infatti. Quello fu un viaggio di “reduci” legato alla promessa della camera dei deputati di concedere ai volontari antifranchisti la cittadinanza spagnola quale segno di riconoscenza e di fratellanza. La decisione, accolta da tutti noi con comprensibile esultanza, era stata assunta quando al governo c’era il socialista Felipe Gonzales. Purtroppo, nel frattempo, il governo cadde e le conseguenze nei nostri confronti non si fecero attendere. Infatti giunti in Spagna non ottenemmo alcun riconoscimento. Nessuno del governo nazionale del primo ministro Aznar, della Camera dei deputati o dell’amministrazione comunale di Madrid ci ricevette ufficialmente o spese qualche parola nei nostri confronti. Fummo circondati dal gelo dei pubblici amministratori (“El Pais” del 6 novembre 1996 in verità sferrò un durissimo attacco contro i governanti spagnoli), spezzato dall’entusiasmo e dalla solidarietà del popolo di Madrid e dei partiti antifascisti, comunista, socialista, anarchico. Alle Cortes ci fu consegnato un documento sul quale era riportato l’impegno assunto in precedenza per la cittadinanza spagnola. Ma niente di più. Un pezzo di carta senza alcun significato. Alcuni segnali premonitori e negativi c’erano già stati prima della partenza. In un colloquio avuto al Consolato spagnolo di Milano, mi fu infatti detto che sarebbe stato molto difficile diventare cittadini spagnoli perché avrebbe comportato la rinuncia alla cittadinanza italiana, il contemporaneo giuramento di fedeltà alla monarchia spagnola e la dimostrazione concreta della partecipazione alla guerra. Fu a quel punto che mostrai le mie ferite, chiedendo se fosse un elemento sufficiente. A differenza di Madrid, le cose andarono in modo diverso a Barcellona dove l’accoglienza del governo locale fu generosa, trionfale. In questo viaggio saremo noi, i giovani e i familiari dei combattenti, i protagonisti di un’esperienza che spero rimanga nel cuore di tutti.
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La guerra civile spagnola
DALLA RIVOLTA CONTRO LA REPUBBLICA ALLA SOLIDARIETA’ PER LA DEMOCRAZIA
Le tappe di uno scontro terribile e sanguinoso contrassegnato da esaltanti vittorie e da immensi sacrifici. Il 1° aprile 1939 l’annuncio da radio Burgos: “l’esercito rosso è stato battuto”.
Agli inizi del XX secolo la Spagna stentava a trovare una via di uscita dalla crisi di modernizzazione e di identità che durava dal 1898 dopo la sconfitta nella guerra con gli Stati Uniti che le era costata la perdita degli ultimi possedimenti coloniali in America: Cuba e Portorico ed in Asia: Filippine, arcipelaghi delle Caroline e delle Marianne. La crisi coinvolse tutti i settori della vita sociale, politica e culturale ma soprattutto acuì il rancore dei militari verso la classe dirigente che essi ritenevano responsabile del “Desastre del 1898”. L’Esercito cui le ristrettezze del bilancio statale non permetteva di ammodernarsi subì nelle guerre marocchine due pesanti sconfitte. La prima nel 1909 presso Melilla costò 2.253 morti, tra cui un generale e due tenenti colonnelli, ebbe drammatiche ripercussioni in patria quando la decisione di mobilitare i riservisti per il Marocco fece esplodere il malcontento popolare. Le rivendicazione portate avanti in campo sindacale e sociale dagli anarchici, dai socialisti e dai sindacalisti si fusero con le proteste generali per la guerra in uno sciopero che si colorò di tinte sanguinose ed anticlericali durante la Settimana Tragica di Barcellona. Nel corso dei disordini quarantotto chiese e conventi furono dati alle fiamme, l’intervento dell’esercito, che aprì il fuoco sui dimostranti, riportò la situazione sotto controllo. Nonostante la protesta dell’opinione pubblica mondiale, l’anarchico Francisco Ferrer venne condannato a morte e fucilato. La seconda e più grave sconfitta avvenne nei pressi di Annual nel luglio 1921 con oltre 1.200 morti. Repubblicani, socialisti e liberali chiesero un’inchiesta parlamentare per accertare e punire i colpevoli del nuovo disastro, ma il re Alfonso XIII, che era stato l’ispiratore dell’operazione, e i militari non accettarono di essere posti sotto accusa e sostennero il generale Miguel Primo de Rivera che, nel settembre 1923, instaurò una dittatura che si ispirava al fascismo italiano. Durante le guerre marocchine vennero creati due corpi militari, che avrebbero avuto in seguito un peso determinante nella vita spagnola: i “Regulares”, truppe indigene inquadrate sul modello dell’Armée d’Afrique francese, e il “Tercio de Extranjeros” su quello della Legione Straniera francese.
Sarà ufficiale delle due unità Francisco Franco.
Sotto la dittatura: – grazie all’alleanza con i francesi, nel settembre 1925, furono sconfitti i ribelli marocchini; – il catalanismo politico venne soppresso e l’uso ufficiale della lingua catalana venne proibito anche in chiesa. La Mancomunidad fu sciolta, malgrado che i conservatori catalani avessero appoggiato Primo de Rivera; - una politica paternalistica verso i lavoratori, lo stato d’assedio, la censura sulla stampa e la creazione di una polizia speciale misero in crisi i quadri della Confederaciòn Nacional del Trabajo (C.N.T.), portando ad una normalizzazione della vita sociale.
Nel 1928 il dittatore convocò un’Assemblea nazionale incaricata di varare una “nuova Costituzione”: in essa veniva sancita un’assoluta separazione dei poteri a tutto svantaggio del corpo legislativo in cui i rappresentanti corporativi sedevano accanto ai deputati eletti dal popolo. I punti di maggior distacco dal parlamentarismo classico erano l’eliminazione di qualsiasi responsabilità dei ministri e la soppressione della prerogativa reale di nominare e destituire i ministri, potere ora esteso ad un organismo che imitava il Gran Consiglio del Fascismo. Ma la Costituzione, boicottata dai vecchi uomini politici, non piacque al re che con un decreto stabilì che essa dovesse essere approvata da un plebiscito. Ciò accentuò il declino del dittatore, che nel frattempo aveva perso anche il sostegno degli alti gradi dell’Esercito e degli ambienti finanziari. Il 30 gennaio 1930 si dimise.
Il suo successore, il generale Berenguer, tentò di gestire il ritorno alla normalità democratica e di salvare la monarchia, che ritenuta corresponsabile della dittatura, era nuovamente sotto accusa; i gruppi repubblicani, federatisi nel patto di San Sebastian, stabilirono di iniziare la rivolta il 15 dicembre, ma all’ultimo momento alcuni cambiamenti nel programma generarono confusione tra i congiurati; infatti il 12 a Jaca insorsero i capitani Galàn ed Hernandez e marciarono su Madrid. Ma le forze fedeli al re ebbero facilmente ragione dei ribelli, i cui capi furono processati e fucilati. Le elezioni amministrative dell’aprile 1931 furono vinte da un fronte assai eterogeneo composto da socialisti, repubblicani, radicali e dai movimenti autonomisti catalano e basco, a cui diede un apporto determinante una parte della borghesia che desiderava rompere con il passato. Il re considerò il responso delle urne come un voto di sfiducia nei suoi confronti e senza formalmente abdicare lasciò la Spagna per l’esilio affidando il potere al repubblicano moderato Alcalà Zamora.
LA NINA BONITA
Il 14 aprile 1931 fu proclamata la Repubblica (“la nina bonita”) ed Alcalà Zamora ne fu eletto Presidente, mentre Capo del governo, dopo le elezioni politiche del 28 giugno, nuovamente vinte dai movimenti di orientamento progressista, fu nominato il repubblicano Manuel Azana. Nella nuova Costituzione la Spagna veniva definita come una “repubblica democratica di lavoratori di tutte le classi, che si organizza in un regime di Libertà e Giustizia”, attribuendo allo Stato il compito di coordinare la produzione industriale, di nazionalizzare i servizi pubblici e di socializzare i latifondi. Veniva inoltre sancita la separazione tra Stato e Chiesa ed introdotti il divorzio ed il matrimonio civile. Le prime riforme significative furono l’istituzione della giornata lavorativa di otto ore, la fissazione dei minimi salariali, l’estensione del diritto di voto alle donne, l’inizio di una campagna di alfabetizzazione con la creazione di 6.750 nuove scuole e, nel settembre 1932, la concessione di una larga autonomia alla Catalogna. Non potendo sciogliere l’ “odiatissima Guardia Civil”, il governo le affiancò un corpo di carabinieri repubblicani, le “Guardias de Asalto”. Fu infine delineato un programma per attuare la Riforma Agraria che prevedeva l’esproprio (con indennizzo) di un milione di ettari, provvedimento primario in una nazione dove più della metà della popolazione dipendeva dalla terra, di cui il 64,30% era posseduto da duecentomila grandi proprietari e il 35,70% da tre milioni di medi e piccoli proprietari. Dai lavori agricoli dipendevano due milioni di braccianti, pari ad un quinto della popolazione attiva, che vivevano in grossi pueblos ove venivano giornalmente ingaggiati dagli amministratori dei latifondisti. Dalla primavera all’autunno riuscivano a guadagnare in media tre pesetas al giorno mentre per il resto dell’anno restavano inattivi, sempre in concorrenza con i contadini proprietari di modesti appezzamenti la cui produzione era insufficiente alle necessità di vita.
Ne derivava una vita di stenti che facilitava il diffondersi delle idee di redenzione sociale proprie del movimento anarchico che, non avendo una rappresentanza parlamentare in quanto propugnava l’astensionismo elettorale, aveva la sua forza nel sindacato tramite il quale faceva valere le istanze di giustizia sociale con grandi scioperi. Vedendo come la promessa Riforma Agraria procedesse a rilento anche per i contrasti tra socialisti e radicali – i primi prospettavano una forma di produzione associata della terra mentre i secondi miravano all’estensione della piccola proprietà – gli anarchici scatenarono una serie di disordini specie contro chiese e conventi in quanto la Chiesa, come maggiore proprietaria terriera spagnola e detentrice del monopolio dell’istruzione, rappresentava il simbolo dello sfruttamento e della reazione. Il Governo, anche se la Guardia Civil ricorreva frequentemente all’uso delle armi, non riusciva ad impedire o quanto meno a controllare tali disordini, cosicché un simile stato di cose offrì terreno propizio ad una ripresa della destra tradizionale, che nell’agosto 1932 tentò un colpo di stato, sfruttando il malcontento degli ufficiali, in parte posti in quiescenza nel previsto programma di ridimensionamento dell’esercito, che ne aveva ridotto il numero da diciassettemila a diecimila, modificando così il rapporto da uno ogni nove sottufficiali, graduati e soldati ad uno ogni quindici. Pronunciamento che fallì per mancanza di coordinamento e che fu represso con relativa facilità. Il principale responsabile, il generale Sanijurjo, fu condannato a morte. La pena venne poi commutata nel carcere a vita (in seguito fu amnistiato ed esiliato).
Si costituirono tre movimenti politici, importanti nel prosieguo della vita spagnola:
- la C.E.D.A. (Confederacìon Espanola de Derachas Autonomas) sotto la guida del cattolico Gil Robles; - la Falange Espanola di José Antonio de Rivera, di matrice chiaramente fascista; - la Renovacìon Espanola, apertamente antirepubblicana, di José Calvo Stelo. Questi raggruppamenti erano sostenuti dalla Chiesa cattolica, contro la quale il governo stava per promulgare la Legge delle Congregazioni, per dare pratica attuazione agli articoli 3 e 26 della Costituzione riguardante la religione. Legge che prevedeva: - l’annullamento del Concordato del 1851 con la Santa Sede; - la cessazione del pagamento della congrua ai preti; - l’espropriazione dei beni ecclesiastici non necessari all’esercizio del culto;
- la chiusura delle scuole cattoliche; - lo scioglimento degli ordini religiosi dipendenti da autorità straniere, il che aveva comportato l’espulsione dei Gesuiti.
La già difficile situazione interna venne ulteriormente aggravata dalla sommossa anarchica dell’11 gennaio 1933 nel villaggio di Casas Viejas, in provincia di Cadice, che fu repressa nel sangue con numerosi morti da entrambe le parti. Il fatto fu sfruttato sia da destra che da sinistra con conseguente indebolimento del governo, che fu battuto nelle elezioni municipali dell’aprile, sconfitta che indusse Azana a rassegnare le dimissioni. Il Presidente della Repubblica, non avendo Alessandro Lerroux, a cui era stato affidato l’incarico per la formazione di un nuovo governo, ottenuta la fiducia delle Cortés, ne decretò lo scioglimento ed indisse nuove elezioni per il 19 novembre.
EL BIENIO NEGRO (1934/1935)
Le elezioni furono vinte dalle forze conservatrici con un notevole successo per la C.E.D.A., che diventò il gruppo di maggioranza relativa, e che diede il suo appoggio esterno al radicale Lerroux a formare il governo. La sconfitta delle sinistre dipese dall’astensionismo elettorale degli anarchici che raggiunse la percentuale del 34%, decisamente superiore in valore assoluto al 30% del 1931; infatti gli iscritti erano passati da 6.200.000 a 13.200.000 per la concessione del voto alle donne, che in prevalenza non avevano votato, su istruzione dei loro confessori, per i partiti di sinistra.
Ebbe inizio il cosiddetto “bienio negro” in cui vennero annullate tutte le riforme varate dal governo precedente.
In particolare furono imposte massicce riduzioni salariali, furono restituite ai vecchi proprietari le terre espropriate, furono riaperte le scuole confessionali e fu abrogata l’autonomia della Catalogna.
La tensione provocata da questa politica reazionaria sfociò in una serie di sommosse, che toccarono il culmine nell’ottobre del 1934 con un’azione rivoluzionaria sostenuta da uno sciopero generale in tutta la Spagna e dalla proclamazione della Repubblica catalana in Catalogna. Ma il governo riprese rapidamente in mano la situazione incarcerando a Madrid gli esponenti socialisti promotori dello sciopero ed a Barcellona Lluis Companys. Questi insuccessi lasciarono in uno splendido isolamento l’insurrezione sviluppatasi nelle Asturie dove gli anarchici collaborando uniti nella U.H.P. (Union de Hermanos Proletarios) con i socialisti, comunisti e l’Alianza Obrera di ispirazione trotzkjsta avevano preso il controllo della provincia, compresa la capitale Oviedo. Una stazione radio incitava alla lotta invitando i lavoratori tra i diciotto ed i quarant’anni ad arruolarsi nell’Armata Rossa.
Ci furono saccheggi ed atti di ingiustificata violenza che i comitati rivoluzionari non riuscirono a controllare, numerosi edifici religiosi furono dati alle fiamme.
Il governo affidò ai generali Francisco Franco e Manuel Goded Llopis, in qualità di Capi di Stato Maggiore, il comando delle operazioni per reprimere la rivolta. Essi ricorsero al “Tercio” ed ai “Regulares”, formati da soldati professionisti che si erano già distinti contro i ribelli del Riff in Nord Africa. Truppe che in due settimane ebbero ragione degli insorti, abbandonandosi ad atrocità e violenze contro la popolazione. Nel ritirarsi i minatori incendiarono le proprietà dei ricchi e uccisero preti e guardie civili. Ma ormai la ribellione era soffocata e gli asturiani offrirono la resa ponendo come sola condizione che venissero ritirate la Legione Straniera e le truppe marocchine, condizione accettata ma poi non rispettata dal Ministro della Guerra. La repressione che ne seguì fu durissima, oltre ai mille morti in combattimento o fucilati, le carceri spagnole si riempirono di trentamila prigionieri. Le “casas del pueblo” della regione si trasformarono in carceri di fortuna in cui i reclusi erano sottoposti ad ogni sorta di soprusi e torture. La rivolta delle Asturie fu importante per almeno due ragioni: fece apparire agli occhi dei conservatori l’Esercito come la sola forza capace di mantenere l’ordine costituito, e dall’altra parte, fece capire alle sinistre che solo formando un fronte unitario avrebbe potuto sconfiggere la reazione.
Nel 1935 sorsero in Spagna due schieramenti contrapposti: - il “Frente Popular”, che raggruppò tutte le organizzazioni democratiche e di sinistra, meno gli anarchici; - il “Bloque Nacional”, di cui facevano parte borghesi, agrari, monarchici, falangisti e massoni. Il governo aveva vita difficile per i contrasti tra i moderati e la C.E.D.A. che, ad un certo momento, fece mancare il suo sostegno prendendo a pretesto degli scandali finanziari che avevano coinvolto alcuni esponenti radicali. Era la ventiseiesima crisi governativa della Repubblica. Dopo vari tentativi, tutti infruttuosi di dare vita ad un governo, il Presidente sciolse le Cortés ed indisse nuove elezioni, fissandole per il 16 febbraio 1936. Grazie al particolare meccanismo elettorale, che assegnava un premio alla maggioranza, le sinistre ottennero il 56% dei seggi delle Cortés ed il Primo Ministro uscente Portela Valladares passò le consegne a Manuel Azana, principale esponente del Frente Popular. Questi formò il nuovo governo con rappresentanti della Sinistra repubblicana, dell’Unione repubblicana, dell’Esquerra catalana e dei nazionalisti baschi con l’appoggio esterno degli altri partiti progressisti. Anche la Catalogna ebbe un suo governo con a capo Lluis Companys. Il primo provvedimento del governo fu la concessione di un’amnistia a favore dei detenuti politici, cosicché socialisti, catalani ed asturiani condannati per le sommosse dell’ottobre 1934 furono liberati.
I generali Franco e Goded, responsabili della repressione delle Asturie, furono esonerati dalle loro funzioni presso il Ministero della Guerra: il primo fu destinato al comando delle truppe di stanza nelle Canarie ed il secondo in quelle di stanza nelle Baleari. Il governo si mise quindi al lavoro per attuare il programma del Frente, in particolare l’Istituto della Riforma Agraria riprese a funzionare ed alla fine di marzo decine di migliaia di contadini divennero proprietari di un appezzamento di terra. I datori di lavoro furono obbligati a riassumere gli operai licenziati in occasione degli scioperi del 1934 e ad indennizzarli. Tale politica indusse industriali e grandi finanzieri a trasferire all’estero i loro capitali, con conseguente svalutazione della peseta sui mercati internazionali. Il dramma della seconda Repubblica che sfociò nella guerra civile va considerato alla luce dello scontro radicale tra cinque progetti di società, dei quali erano portatori diversi gruppi sociali politici. I condizionamenti storici, la struttura sociale interna ed il contesto internazionale impedirono che si producesse una convergenza tra le maggiori forze politiche in un progetto dominante e maggioritario di convivenza politica.
Il primo di questi progetti, avanzato dai repubblicani di sinistra e specialmente da Aciòn Republicana di Manuel Azana, intendeva creare una repubblica borghese avanzata, pluralista e liberale, ispirata al modello della III Repubblica Francese.
Il secondo era orientato verso il mantenimento della struttura propria della vecchia società conservatrice, arcaica e non secolarizzata, prefiggendosi come meta uno stato confessionale, tradizionale, per molti aspetti di natura medioevale.
Il terzo consisteva in un modello che, pur mantenendo caratteristiche proprie, si rifaceva a quelli già esistenti in Italia e in Germania. Si trattava, quindi, del modello fascista a base corporativa, a cui la Spagna aveva già iniziato ad accostarsi all’epoca della dittatura del generale Primo de Rivera. Condizione “sine qua non” per realizzare tale stato era un partito unico come espressione monolitica della società, cioè la Falange. Il quarto consisteva nell’aspirazione di creare in Spagna un regime socialista, ispirato in parte all’U.R.S.S., anche se sulla sua esatta fisionomia non si arrivò mai ad un accordo tra le forze politiche che lo rivendicavano: il Partito Socialista Operaio ed il Partito Comunista. Il quinto era rappresentato dal vecchio ideale anarco-sindacalista, fatto proprio dai settori contadini e piccolo borghesi di alcune regioni spagnole, che facevano capo alla F.A.I. (Federacion Anarquista Iberica) ed alla C.N.T.
Malgrado l’impulso dato alla Riforma Agraria, migliaia di contadini convinti che la distribuzione delle terre procedesse troppo lentamente cominciarono ad invadere, specie nell’Estremadura, i grandi latifondi semiabbandonati ed a spartirseli o a costituirvi comunità agricole collettivizzate. Questo portò a scontri con la Guardia Civil ed in uno di questi, a Yeste, i gendarmi uccisero diciotto contadini.
Ma l’ordine pubblico restava il problema più grave, la violenza era opera di aderenti alla Falange, decisi ad accrescere il disordine così da giustificare l’avvento di un governo “forte”. Ma i militanti della F.A.I. e della C.N.T. rispondevano colpo su colpo in quanto, in ossequio alle loro idee libertarie, non volevano contare sull’autorità costituita, anche se di sinistra. In questo clima gli alti gradi delle Forze Armate cominciarono a tessere le fila di una cospirazione. Ne era organizzatore il generale Mola che nell’aprile ne precisò i piani in una circolare: due organismi, uno militare e uno civile, avrebbero dovuto insediarsi in tutte le province della Spagna, nelle Baleari, nelle Canarie e nel Marocco spagnolo. Tali organismi avrebbero dovuto, a livello provinciale, predisporre i piani per l’occupazione degli edifici pubblici e per assumere il controllo delle vie di comunicazione. Il generale Sanijurjo, capo del fallito golpe del 1932, che viveva esule in Portogallo, sarebbe rientrato per assumere la carica di Presidente di una giunta militare che avrebbe governato la Spagna. Appoggiavano questo progetto, oltre alle alte cariche dell’Esercito, la Chiesa, la ricca borghesia, i grandi proprietari terrieri ed i carlisti della Navarra, che disponevano di una forza paramilitare, i “Requetés” fanaticamente cattolici. Nel mese di aprile le Cortés avevano espresso un voto di sfiducia nei confronti del Presidente della Repubblica Alcalà Zamora, sostituito da Manuel Azana, che a sua volta cedette la carica di Primo Ministro a Santiago Casares Quiroga. In un susseguirsi di violenze ed assassinii politici, che per lo più restavano impuniti, si giunse al mese di luglio, mese fissato dai congiurati per l’inizio della ribellione. Il 12, elementi della Falange uccisero un tenente degli “Asaltos”, José Castello, per vendicare l’assassinio di un loro camerata. Nell’eccitazione del momento si fece strada l’idea di colpire i capi della destra, anziché come avveniva di solito, delle figure di secondo piano. Forse si voleva solo prenderli in ostaggio per costringere i loro seguaci a limitare le loro velleità – le testimonianze in proposito non sono attendibili – fatto sta che due gruppi di Guardias de Asalto si recarono ai domicili di Gil Robles, capo della C.E.D.A. e di Calvo Stelo, capo di Renovaciçn Espanola. Il primo era fuori Madrid, fatto che gli salvò la vita, mentre il secondo venne prelevato e prima di arrivare al Cimitero dell’Est fu freddato con due colpi alla nuca. L’opinione pubblica fu impressionata da queste morti e durante i funerali vi furono scontri con altre vittime. La tensione del momento indusse il generale Mola a fissare ora, data e luogo di inizio della sommossa: alle 17 del 17 luglio a Melilla, nel Marocco spagnolo.
Vittoria elettorale del “Frente Popular”
Dopo una campagna elettorale, che non fece registrare gravi fatti di violenza, prevalentemente impostata dalla destra sui pericoli che la vittoria degli avversari avrebbe rappresentato per la Chiesa, le votazioni si svolsero in maniera che il corrispondente del “Times” definì “nel complesso esemplari”. I votanti furono 9.865.000 su un totale di 13.554.000 iscritti con un’astensione del 27% contro il 34% di due anni prima, in quanto una parte degli anarchici all’ultimo momento disattesero la raccomandazione “no votad” impartita dalle loro organizzazioni e votò per il “Frente Popular”. Esso si impose con il 48,3% dei suffragi validi (pari a 4.838.000 voti) contro il 43% della coalizione di destra (3.997.000 voti), mentre 458.000 elettori appoggiarono movimenti di centro ed i nazionalisti baschi.
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